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giovedì 10 marzo 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - L'inconsistenza della politica monetaria della BCE

L'ultimo numero della mia Newsletter ha scatenato il Vostro interesse e, come spesso accade negli ultimi tempi, avete riempito di mail la mia casella di posta elettronica con domande, richieste di supporto e spiegazioni che difficilmente riuscirò ad esaudire. Voglio però tornare sull'argomento e approfittare per fornirvi qualche ulteriore dettaglio che spiega la mia attuale posizione molto critica nei confronti dell'operato di Trichet & CO.
Come sapete, la notizia degli ultimi giorni è che la BCE ha, di fatto, preannunciato un rialzo dei tassi di interesse, lasciando la stragrande maggioranza degli investitori (compreso il sottoscritto) senza parole. Nella Newsletter ho fatto un parallelo con il 2008 quando nel mese di luglio la BCE mosse al rialzo i tassi, per poi rendersi conto dell'enorme errore compiuto solo poco tempo dopo. Vi ho evidenziato che, rispetto ad allora, ci sono alcune differenze dovute ad un diverso contesto di crescita economica in cui ci troviamo oggi. In questo post voglio portarvi altri spunti di riflessione e commentare insieme a voi qualche numero.
Partiamo dal leverage: i miei lettori storici sanno quello che vado sostenendo da quando il blog è nato e cioè che gli anni che stiamo vivendo attualmente sono di "digestione" degli eccessi che il mondo sviluppato aveva ingurgitato sino al 2000 (scoppio della bolla tecnologica). In questo sboom il motore principale è deflazionistico e non inflazionistico come vuole farci credere la BCE nella sua battaglia sconclusionata contro fantomatici mulini a vento. Nel contesto di crisi economica e finanziaria che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni i prezzi dei beni e dei servizi sono stati mantenuti schiacciati verso il basso. A questo proposito ha contribuito anche il fenomeno di delocalizzazione della produzione attuato dai Paesi occidentali verso le economie emergenti.
In secondo luogo, in un contesto di sboom le aziende e le famiglie devono smaltire la "sbornia" da eccesso di debito e, effettivamente, questo processo è in corso. Il problema però è che in area Euro l'eccesso di leverage si annida proprio nei Paesi periferici (Irlanda, Portogallo e Spagna) come si vede dal primo grafico che Vi allego.



Allora, i Paesi più vulnerabili sono quelli che hanno usato di più l'effetto leva per indebitarsi; cosa provocherebbe a questi Paesi un rialzo dei tassi? La risposta è scontata; proprio recentemente, tra l'altro, il ministro del Tesoro portoghese ha sollecitato le Autorità europee ad intervenire al più presto per rafforzare i meccanismi di salvataggio poichè i tassi di interesse che il Portogallo sta pagando ai creditori che detengono il suo debito non potranno essere pagati per un periodo di tempo prolungato. Ovviamente l'orientamento espresso da Trichet riguardo un possibile rialzo dei tassi in aprile sta continuando a muovere al rialzo i tassi di mercato. Quindi tutti coloro i quali dicono che la mossa era già scontata dal mercato dicono una sciocchezza. Trichet ha dato benzina al motore, del rialzo dei tassi sui mercati obbligazionari, già acceso da alcuni mesi, grazie ai segnali di ripresa dell'economia.
E veniamo ad un secondo punto: qual'è il giusto tasso di riferimento in area Euro? Nella mia Newsletter ho segnalato come, considerando l'area Euro nel suo complesso, il tasso di riferimento dovrebbe essere più basso (allo 0.20%-0.25%) secondo quanto suggerisce un'importante teoria, cioè la Taylor Rule. Se poi consideriamo i Paesi evidenziando i periferici (Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo) rispetto alla Germania, dal grafico in basso si vede come nei primi il tasso di riferimento dovrebbe essere a
-4.6% (cioè addirittura negativo!), mentre in Germania dovrebbe essere al 4.5%! Pazzesco no?!



Com'è possibile in una situazione di estrema eterogeneità, come quella attuale, pretendere di condurre una politica monetaria comune?! E poi con la prosopopea di "Erostrato Trichet" che vede solo la Core inflation come l'unico dei mali del Vecchio Continente. Ragazzi questa è roba vecchia, vetusta come il 99% dei politici che ci ritroviamo in Italia! Ma dalla BCE si "tuona" che "le banche centrali in giro per il mondo si muoveranno in modo coordinato per sconfiggere il serpente, il male dell'inflazione". Sicuro! Infatti la Bank of England ha appena deciso di non toccare i tassi di interesse nonostante la break-even inflation sia intorno al 4%, così come aveva fatto a giugno del 2009 quando c'era stato un altro allungo della break-even inflation al 4.5% ma, in modo lungimirante, non si è fatta prendere la mano come sta facendo la BCE (per il momento solo con dichiarazioni hawkish).



Cosa dire infine dell'ultimo grafico che vi propongo?



Proprio nei Paesi più vulnerabili la maggior parte delle persone (settore privato) ha aperto mutui a tasso variabile e un rialzo dei tassi provocherebbe un aumento della rata da pagare; di fatto l'effetto già lo si vede perchè i tassi di mercato stanno già salendo ma, gli annunci della BCE non fanno che peggiorare ulteriormente la situazione.
Concludendo, la politica monetaria della BCE così come viene condotta serve a poco e gli annunci dei suoi esponenti sono quanto di più deleterio ci si possa augurare per il delicato scenario congiunturale che stiamo vivendo.

sabato 5 febbraio 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Petrolio e crescita economica

Gli eventi egiziani hanno riproposto nelle ultime settimane la questione petrolio. Circa due terzi delle riserve mondiali conosciute di oro nero sono in Medio Oriente e l'instabilità politica di quella regione è sempre risultata essere un fattore destabilizzante. Per il momento gli investitori stanno mantenendo alta la propria propensione al rischio continuando a sostenere la volata delle attività rischiose (azioni e materie prime) ma la situazione va attentamente monitorata. Guardando la storia passata (sempre la via maestra in ogni buona analisi che si rispetti!) si vede come i rialzi del prezzo del petrolio non fanno bene alla crescita economica e in diversi casi hanno provocato gravi crisi. Vi ho allegato un grafico molto esplicito che mostra proprio come, dopo rialzi marcati del prezzo del barile, si verificano ribaltamenti di fronte nella crescita (vedi le aree in grigio che evidenziano le recessioni). Basta poi aggiungere che una salita del 20% dei prezzi petroliferi toglie circa un punto percentuale alla crescita economica!



Ma paradossalmente l'oro nero ha proprio bisogno di prezzi elevati per risolvere alcuni problemi strutturali! Per circa 20 anni il settore petrolifero si è impoverito di competenze e mezzi a causa di bassi prezzi.
Se i prezzi rimarranno sostenuti questi potranno permettere un aumento dei margini nel settore della raffinazione, consentire una stabile ripresa del ciclo degli investimenti e contenere gli sprechi energetici; quanto sprecano i consumatori delle economie industrializzate?! Oggi ogni americano consuma circa 26 barili di petrolio l'anno, un europeo meno di 13 mentre un cinese solo 2! Grazie al prezzo della benzina che per molti anni è stato irrisorio in Usa (anche l'imposizione fiscale lo era!) nel 2004, ad esempio, quasi il 60% dei 17 milioni di auto vendute nel paese a stelle e striscie era costituito da Suv e Light Trucks. Per fortuna, grazie anche all'ultima crisi economica, questo processo sembra invertito....

mercoledì 25 agosto 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - La lezione giapponese

Dalle pagine del mio blog ho più volte sostenuto che una politica di Quantitative Easing intrapresa da una banca centrale ha più le sembianze di un "grande esperimento" piuttosto che di una "cura" di comprovata efficacia; gli scarsi risultati ottenuti dallo stesso tipo di politiche attuate in Giappone tanti anni fa sono un chiaro esempio delle mie affermazioni. Le armi non convenzionali (nell'ultima Financial Markets LAB Newsletter ho fatto una similitudine con certe erbe fitoterapiche!) sono uno strumento di dubbia efficacia i cui effetti sulle variabili macroeconomiche sono tutte da provare! E i mercati finanziari? Beh il Giappone ancora una volta ci consegna un verdetto; in fasi come quella che il Giappone ha attraversato nel recente passato (simile a quella che si sta vivendo in Usa) e in cui tutt'ora si trova, l'azionario si lega a filo doppio alle sorti del ciclo economico. Guardate questo grafico:



Dal 1995 al 2009 l'indice Topix della borsa giapponese ha seguito in modo puntuale l'andamento dell'indice Tankan (un indice anticipatore dello stato di salute dell'economia nipponica).
E che dire di quest'altro grafico?



Dal grafico è evidente che aumenta drasticamente la correlazione positiva tra tassi e azioni: se i tassi scendono le azioni scendono e viceversa. In altre parole, tassi decrescenti non aiutano a sostenere l'azionario.
I due grafici che vi ho proposto riepilogano egregiamente quello che vado sostenendo da molto tempo:
1) che lo scenario deflazionistico continuerà a spingere verso il basso i tassi (e l'ultimo statement della Fed ha confermato questa idea);
2) che poichè il mercato è legato a filo doppio con il ciclo economico, visto l'andamentoattuale (e futuro) di diversi indicatori macroeconomici non possiamo che attenderci indici azionari cedenti.
Per il momento è tutto.

martedì 10 agosto 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Aspettando la Fed...

Non sono solito fare previsioni riguardo eventuali annunci da parte delle diverse istituzioni finanziarie o delle Banche Centrali ma stavolta non resisto alla tentazione di farlo. Tra poco la Fed ci racconterà la sua opinione sullo stato di salute dell'economia e su cosa intende fare per continuare a "curare il malato".
Penso che tutto l'annuncio che la Fed farà ruoterà su tre punti:

1) commenterà in peggio lo stato dell'economia rispetto all'ultimo statement di giugno che vi riporto ("Information received since the Federal Open Market Committee met in April suggests that the economic recovery is proceeding and that the labor market is improving gradually. ... [T]he Committee anticipates a gradual return to higher levels of resource utilization in a context of price stability, although the pace of economic recovery is likely to be moderate for a time.")
2) parlerà del rischio deflazionistico; un mese fa aveva detto:"[U]nderlying inflation has trended lower. With substantial resource slack continuing to restrain cost pressures and longer-term inflation expectations stable, inflation is likely to be subdued for some time."
3) chiarirà che tipo di interventi intende fare specificando se intende reinvestire e come i MBS. A mio avviso dovrebbe reinvestire la liquidità comprando treasuries; ma quali scadenze e quali duration?

In ogni caso penso che prevarranno le vendite sui mercati azionari e la delusione per un nulla di fatto prevarrà, almeno credo, visto che ritengo che le aspettative positive siano già tutte incorporate nel rialzo avutosi nelle ultime due settimane.
Comunque vedremo...tra un po....
Stay tuned

lunedì 9 agosto 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - The same old story: Quantitative Easing

Nelle ultime ottave gli indici azionari sono rimbalzati anche sulla scia di aspettative di nuove manovre di Quantitative Easing da parte della FED; mi sembra un film già visto e a tal proposito Vi ripropongo il link di un articolo che avevo scritto sul finire del 2008: è quanto mai attuale! Buona lettura!

http://financialmarketslab.blogspot.com/2008/12/dal-laboratorio-dei-mercati-finanziari_20.html

sabato 3 aprile 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Fin che la barca va...

"Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare,
quando l'amore viene il campanello suonerà."

Chi ricorda questa strofa di una canzone di Orietta Berti? Ebbene le parole di questa canzone sembrano fotografare la dicotomia tra mercati finanziari ed economia reale che continua a caratterizzare anche questa prima parte del 2010. Le Borse ancora in uptrend verso il target tecnico di cui abbiamo parlato all'inizio del 2010 e l'economia che, come ci mostrano i grafici seguenti, sta ancora soffrendo.



Questi grafici (si riferiscono all'economia Usa), elaborati dalla Fed di Minneapolis, ci ricordano che a distanza di oltre due anni dall'inizio della recessione, quella in corso somiglia in termini di andamento a quella avvenuta all'inizio degli anni '50 (linea verde del grafico in alto).
Nel chart in basso si vede come dopo sette mesi dall'avvio della recovery in atto questa abbia le sembianze di quella avvenuta nel 2001 e sopratutto ci fa vedere la debolezza del recupero. Decisamente preoccupante se si pensa a tutti gli sforzi messi in atto dalle autorità monetarie....

giovedì 18 febbraio 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Qualche considerazione sullo scenario macroeconomico

Il NBER (National Bureau of Economic Research) è l’organo preposto a dire se una recessione è finita oppure no; diversi sono i parametri macroeconomici che vengono analizzati dai membri di questo istituto. In questa fase però emergono segnali discordanti. Proviamo a guardarne alcuni.
Partiamo dalla produzione industriale statunitense; nel grafico è evidente come il recupero in corso sia in linea con quello che è successo in media nel passato quando l’economia ha innescato il recupero.



Notizie più discordanti le danno i redditi personali ed i payroll che non sembrano aver intrapreso la via di uno stabile recupero.





E la Fed? Beh leggendo le minute dell’ultimo incontro di fine gennaio sembra emergere un cauto ottimismo anche se i membri evidenziano la presenza di uno scenario bilanciato tra rischi di una nuova fase negativa e la possibilità di un recupero. Interessanti sono le stime evidenziate nella tabella in basso, sulla crescita, l’occupazione e l’inflazione. Quest’ultima non sembra rappresentare un pericolo nell’immediato; la crescita dovrebbe consolidarsi tra il 2010 e il 2012. Capitolo a parte merita l’occupazione le cui stime, sinceramente, mi sembrano un po’ troppo ottimistiche.

domenica 24 gennaio 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Il ruolo delle banche centrali

Quando leggo certi articoli rimango, sinceramente, molto perplesso. Mi riferisco a quello pubblicato su Il Sole 24 Ore di venerdì 22 gennaio a pagina 12, di Donato Masciandaro.
L’articolo, intitolato “Giù le mani dalle banche centrali”, è una difesa a spada tratta, riguardo l’autonomia delle banche centrali, alla luce della crisi vissuta dall’economia globale.
In apparenza, la causa dell’indipendenza e dell’autonomia appare sacrosanta, tuttavia mi preme fare alcune considerazioni, entrando in punta di piedi nel dibattito in corso, riguardo il ruolo che dovranno giocare le banche centrali in futuro.
L’articolo evidenzia la differenza tra banca centrale monetarista, che si pone come unico obiettivo quello della stabilità dei prezzi e banca centrale di stampo keynesiano, che tende ad avere responsabilità anche nell’ambito della vigilanza. Masciandaro scrive:”Finora infatti le banche centrali monetariste hanno ben perseguito il loro obiettivo primario: il controllo dell’inflazione, soprattutto nelle economie sviluppate. In secondo luogo, le banche centrali monetariste, almeno finora, hanno tutelato meglio anche la stabilità monetaria”.
Masciandaro prosegue ancora:”Dunque, dopo la lezione della crisi, la ricetta dovrebbe essere: mantenere le banche centrali indipendenti nella gestione della politica monetaria, evitando che si occupino anche della vigilanza”. In altre parole, l’autore sarebbe per una banca centrale di stampo monetarista che mantenga la propria indipendenza. Ebbene, questa soluzione significherebbe non avere colto appieno il messaggio che questa crisi ci ha dato. Il vero problema, a mio avviso, non è lo scegliere tra l’impostazione monetarista o quella keynesiana ma piuttosto quello di riconoscere ed ammettere, innanzitutto, che gli obiettivi di stabilità dei prezzi e monetaria, nel corso degli ultimi anni, non sono stati pienamente raggiunti. Le ragioni di questo parziale fallimento sono legate, in parte, ad effettivi casi di incapacità di alcuni banchieri centrali e, in larga misura, alla manifesta impossibilità di prevedere l’andamento futuro delle principali variabili macroeconomiche. Come si fanno ad utilizzare strumenti di politica monetaria in modo efficace quando le decisioni si basano su variabili macroeconomiche difficili da prevedere?! Un banale esempio? Negli Usa vengono fornite a distanza di tempo 3 stime del Pil che cambiano anche molto l’una dall’altra.
Tornando ai risultati ottenuti dalle banche centrali, cito un solo esempio: la situazione di deflazione in cui versa da molti anni il Giappone ed in cui potrebbero cadere altre economie, come quella statunitense, qualora la Federal Reserve sbagli nel giocare la carta della exit strategy. In effetti, tenendo conto delle distorsioni nelle misurazioni standard dei prezzi a livello aggregato, la frequenza trimestrale di una “deflazione effettiva” è aumentata sensibilmente negli ultimi anni (si veda la tabella seguente). La recente esperienza giapponese e quella della Grande Depressione mostrano con chiarezza come un contesto apparentemente favorevole di bassa inflazione possa cedere il posto a una deflazione dirompente.
La tabella qui in basso mostra in percentuale il numero di trimestri in cui i diversi Paesi esaminati hanno sperimentato livelli di crescita dei prezzi sotto 1%.



Inoltre, l’uso indiscriminato della leva monetaria è stata una delle principali cause dell’instabilità e delle bolle finanziarie susseguitesi una di seguito all’altra: dalla bolla tecnologica degli anni duemila a quella dei mutui subprime e del mercato immobiliare Americano del 2007, con conseguenze pesanti sull’economia reale e sull’andamento dei mercati finanziari. A che prezzo quindi, le banche centrali hanno perseguito, senza raggiungerli pienamente, i loro obiettivi di controllo dell’inflazione e di stabilità monetaria?! Qual’è stato il costo sociale delle politiche monetarie adottate dalle banche centrali?!Masciandaro sostiene poi che “le banche centrali monetariste, almeno finora, hanno tutelato meglio anche la stabilità monetaria.”
Non entro nel merito della scelta tra banca centrale monetarista e keynesiana; se per stabilità monetaria l’autore intende il contenimento delle oscillazioni dei cambi, sinceramente non mi risulta che l’obiettivo sia stato raggiunto; cito un solo esempio: il dollar index, indice paniere delle principali valute contro il dollaro americano solo negli ultimi due anni è andato da 72 a 88 e poi è tornato a 74; un range di escursione di oltre il 20%. Questa si chiama stabilità monetaria?! La stabilità monetaria non è perseguibile in un regime di cambi flessibili, in un contesto cioè dove il rapporto di cambio si muove, si aggiusta (anzi si deve aggiustare!) in funzione delle aspettative degli investitori, fungendo proprio da meccanismo riequilibratore. Ebbene, non esiste nessuna banca centrale al mondo in grado di mantenere fermo o stabile il proprio tasso di cambio. Ricordo ad esempio negli anni passati gli sforzi, completamente inutili, perseguiti da Bank of Japan per stabilizzare lo Yen. Proprio in questa fase gli Usa hanno bisogno di un dollaro debole per mitigare i disequilibri esistenti.
Tornando alle politiche monetarie, effettivamente, negli ultimi decenni del Novecento, pressoché in tutti i Paesi occidentali, ci si è orientati a considerare cruciale il controllo del tasso di inflazione. Alle banche centrali è stato affidato il compito di perseguire la stabilità dei prezzi.
Si è affermata la consapevolezza che l'inflazione comporta costi elevati agli operatori economici perché altera il valore segnaletico dei prezzi relativi nell’allocazione delle risorse. Secondo questa logica quindi la banca centrale deve porsi come obiettivo la determinazione di un tasso ottimale di inflazione che sia stabile nel tempo.
In effetti, i motivi che depongono a favore della stabilità monetaria, e quindi per una politica monetaria che si ponga l’obiettivo di stabilizzare il tasso di inflazione su un valore prossimo a zero, sono molteplici. Ad esempio, la combinazione di inflazione e sistemi tributari non perfettamente indicizzati può generare distorsioni fiscali (il cosiddetto fiscal drag).
Un tasso d’inflazione instabile poi, può dar luogo a fenomeni di illusione monetaria che induce gli operatori a adottare decisioni non corrette.
Inoltre, se l’inflazione è di per sé un fenomeno negativo l’obiettivo della stabilità monetaria ha il pregio di essere semplice e credibile per le autorità monetarie che s’impegnano a conseguirlo.
Tuttavia, affinché le politiche monetarie anti-inflazionistiche non siano socialmente costose è necessario che si verifichino tre importanti condizioni:

a) il mercato del lavoro deve trovarsi continuamente in equilibrio (non devono quindi esistere contratti di lavoro multiperiodali);
b) le aspettative non devono essere di tipo adattivo; nel caso di aspettative adattive che tendono, quindi, a modificarsi lentamente, se la banca centrale adotta una politica restrittiva, che consente di eliminare l'inflazione, ciò avverrà al prezzo di un aumento del tasso di disoccupazione nel breve periodo perchè le aspettative circa il tasso d’inflazione prevalente nel periodo successivo saranno riviste gradualmente, quindi anche i salari monetari si adegueranno con ritardo, per cui si avrà un aumento temporaneo del tasso di disoccupazione oltre il suo livello naturale.
c) le politiche monetarie annunciate devono essere credibili; se la banca centrale gode di un'elevata reputazione, non solo la soluzione non-inflazionistica risulta più facilmente raggiungibile, ma l'efficacia della politica monetaria è accresciuta, perché i segnali lanciati dalle autorità monetarie risultano credibili.

Ho seri dubbi circa la possibilità che queste tre condizioni sussistano o siano esistite simultaneamente nei periodi passati. Da qui traggo una prima importante conclusione ribadendo un concetto già espresso: la questione cruciale non è la scelta tra banche monetariste o keynesiane; la questione è: poiché le banche centrali non sono in grado di perseguire pienamente l’obiettivo di controllo dell’inflazione, anzi con le loro politiche monetarie hanno alimentato i problemi del sistema, mai come ora, dopo “la madre di tutte le crisi economiche” è necessario cogliere l’occasione per ridefinirne il loro ruolo assegnandogli obiettivi effettivamente raggiungibili e volti a creare benessere e crescita economica sostenibile. Abbiamo davanti a noi una grande possibilità: quella di definire un nuovo paradigma e di ridisegnare le regole del sistema economico.
Ben vengano a questo proposito le visioni illuminate di grandi economisti come Partha Dasgupta che, ad esempio, mettono in discussione l’abc dell’economia: le modalità di calcolo del Pil di un Paese!
La questione dell’indipendenza di cui parla Masciandaro poi, è un altro nodo da chiarire.
E’ vero, l’indipendenza della banca centrale è stata introdotta in molti Paesi, con un obiettivo ben chiaro e facile da misurare: combattere l’inflazione.
Tuttavia molti autori evidenziano come i risultati ottenuti contro l’inflazione dipendano non tanto dall’indipendenza in se ma da quanto le istituzioni del Paese sono forti; l’evidenza empirica mostra come i risultati contro l’inflazione sembrano scarsi o del tutto assenti nei Paesi con istituzioni politiche troppo forti oppure deboli. Viceversa, l’effetto sull’inflazione è più forte nei Paesi con istituzioni di forza intermedia.
Pertanto, se da un lato l’indipendenza è un concetto condivisibile, dall’altro la definizione dell’indipendenza di una banca centrale non può prescindere da un’attenta analisi della qualità delle istituzioni del Paese a cui appartiene.
Dunque, bisogna ridefinire il ruolo e le responsabilità delle banche centrali alla luce dei limiti che le loro politiche, a volte dissennate, hanno mostrato avere in questi anni, modulandone l’indipendenza in funzione dei Paesi a cui appartengono.

sabato 23 gennaio 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Continuando a parlare di disequilibri e disuguaglianze ma anche di mondi alternativi e crescita sostenibile….

L’ultimo post intitolato “Eccessi e disequilibri” Vi ha solleticato; ringrazio in particolare, Laura di Milano, Innocenzo di Torino e Giovanni di Borgo Valsugana sia per i commenti positivi sugli articoli e sulla Newsletter che per il sostegno al mio Blog.
Continuiamo allora a parlare di disequilibri e diseguaglianze per meglio interpretarli, capirli e correggerli attraverso la costruzione di mondi alternativi. Traggo lo spunto per gli argomenti dibattuti in questo post anche da un felice recente accadimento: la laurea Honoris causa assegnata dall’Università di Rimini ad un eminente economista: Partha Dasgupta

(ecco il link della notizia:
http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/rimini/cronaca/2010/01/22/284072-universita_laurea_honorem.shtml).

Per chi non conosce questo illuminato pensatore allego il link di wikipedia:

http://en.wikipedia.org/wiki/Partha_Dasgupta

Da tanti anni, mi trovo, per ragioni di lavoro, a maneggiare dati macroeconomici, a studiarli e digerirli con la finalità di cercare di comprendere se il mondo degli investimenti nel quale nuoto è in equilibrio oppure no; tuttavia, mai come in questo periodo, avverto un divario tra la realtà delle cose e quello che questi dati ci stanno dicendo. Nelle recenti Financial Markets LAB Newsletter ho più volte criticato, ad esempio, la bontà e l’attendibilità dei dati sull’occupazione Statunitense. Ecco la ragione percui voglio parlarvi di Dasgupta: perché questo economista vuole studiare disequilibri ed inefficienze delle economie in cui viviamo introducendo un nuovo paradigma, un nuovo approccio.
Secondo questo eminente pensatore i modelli economici sono carenti e vanno arricchiti per poter egregiamente rappresentare la realtà perché, solitamente, tengono conto del capitale, del lavoro ma si dimenticano di una importante variabile: la terra o la natura nel senso ampio del termine!
Guardiamo un attimo le previsioni sulla crescita della popolazione mondiale: si parla di qualcosa come 9-9.5 miliardi e mezzo di persone nel 2050! Guardate poi il grafico seguente che mostra due trend inesorabili: la crescita della popolazione mondiale e il calo dei terreni coltivabili.



Allora, come non dare ragione a Dasgupta?! Non si può trascurare il valore della terra e di quanto essa produce quando si vuole modellizzare la realtà per fare previsioni o stime economico-statistiche della realtà.

“Gli economisti si sono creati un immagine mentale dell’attività economica che contempla poco la natura: i modelli di crescita parlano solo di capitale fisico, di conoscenza, più recentemente anche di capitale umano” dice Dasgupta.
E aggiunge:
”Si è alimentata la credenza subconscia che la natura non abbia davvero importanza e questo ha dato vita a una percezione alterata della realtà, soprattutto tenuto conto delle attuali dimensioni della popolazione umana e del livello dell’attività economica inconcepibile nel passato”.
Certo, se ripercorriamo a ritroso gli ultimi anni quello che vediamo è un mondo cresciuto a ritmi medi del 3% con enormi disuguaglianze sociali, con utilizzi impropri degli strumenti di crescita economica e controllo dell’inflazione (aumento della massa monetaria all’inverosimile!) con socializzazioni forzate del debito privato creato da pochi sprovveduti a spese di tanti, con una parte di mondo (quella definita paradossalmente come la più sviluppata!) che consuma più di quanto produce e risparmia. A questo proposito date un’occhiata al trend che si vede nel seguente grafico (che mostra la mole di debito in rapporto al prodotto interno lordo, il GDP).



Rispondete ora a questa domanda: chi sono i Paesi più virtuosi, le economie occidentali o i Paesi cosiddetti emergenti?! Beh direi che la situazione si sta capovolgendo!
Partha Dasgupta, sir Partha dal 2002 quando la regina lo ha insignito del titolo «per meriti nella disciplina economica», ha creato a Cambridge, dove ha studiato e dove insegna, una robusta scuola che coniuga economia, ambiente e sviluppo, inteso come crescita sostenibile; un encomiabile esempio di pensiero alternativo e più etico. Non crescita drogata dalla creazione di carta, capite?!
Nato 67 anni fa a Dhaka, allora India e oggi Bangladesh, ha anche insegnato filosofia a Stanford, negli Stati Uniti. E insieme a una solida base matematica, un biglietto da visita da mezzo secolo inevitabile fra gli economisti, ha mantenuto un approccio che sposa l’econometria, cioè quanto di più concreto e numerico esista nella disciplina, e pensiero, risposta ai quesiti eterni.
La sintesi del Suo pensiero è racchiusa in un libro che consiglio a tutti:
“Economics. A very short introduction” (traduzione italiana Economia, Una breve introduzione, edizioni Vita e Pensiero).
Ecco il link: http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-dasgupta_partha/sku-12815141/economia_una_breve_introduzione_.htm

Partha Dasgupta afferma:
”Se dico che oggi il Pil è superiore del 5% rispetto a una data passata, sembra un notevole progresso. Ma quale è quella data? Vicinissima, tre anni, quattro al massimo. Vivevamo così male quattro anni fa? No, più o meno come oggi. Allora, il Pil è affidabile, riflette qualcosa di reale fino in fondo, oppure è una misura parziale e imprecisa?”.
Ebbene, il problema è proprio quello di far rientrare le cose reali nei calcoli e nei dati economici; la terra o la natura intesa come aria, acqua, foreste nel tempo e a causa dell’uomo subisce cambiamenti che dovrebbero essere compresi nel calcolo di indicatori di benessere come può essere il PIL. Ma anche le ricchezze immateriali che segnano la qualità della vita, come la salute, le libertà politiche e civili, l’istruzione cioè quello che concorre a formare il capitale umano e sociale. A ognuna di queste componenti Dasgupta associa una definizione e una precisa metodologia di misurazione, proponendo, contemporaneamente, una rigorosa strumentazione di analisi ed un’innovativa visione della sfera economica più sensibile al fattore umano. Questo approccio nuovo vorrebbe dire costruire un nuovo paradigma e rappresenterebbe un monito per i Governi e le Autorità preposte ai controlli sull’economia e sui mercati finanziari. Ebbene, penso che in un momento di transizione della teoria economica, profondamente scottata dalla crisi della finanza e dei modelli di moral hazard che l'hanno favorita, Dasgupta ha una percezione innovativa perché sa usare tutti gli “attrezzi del mestiere” di economista, ma anche guardare oltre con pensieri laterali innovativi.
Lui non ha mai fatto parte, nonostante gli studi matematici, della numerosissima scuola che a un certo punto ha cercato di interpretare il passato e, purtroppo per noi, anche il futuro dell'economia sull'unica scorta di eleganti formule matematiche e complicati algoritmi. Lui non è come certi banchieri centrali (Alan Greenspan tanto per fare il nome di un ex) che sostengono che la tempesta sui mercati è stata un fatto sporadico, più o meno imprevisto e imprevedibile perché i modelli avevano lasciato scoperto proprio quel piccolo spazio nel quale la crisi si è infilata; un cigno nero direbbe Nassim Nicholas Taleb, ma di cigni neri il mondo è pieno!
Ecco un altro passaggio del pensiero di Dasgupta che dovrebbe, in parte, confortare noi Europei:
”Negli Stati Uniti non sarà facile abbandonare una concezione in cui il Pil è dominante, se non totalizzante. In Europa invece vedo assai più spazi di innovazione, perché culture assolutamente di mercato convivono da sempre con culture più sociali. E questo secondo me sarà una forza quando si presenterà, inevitabilmente, un nuovo rapporto tra produzione e lavoro”.È stata l'Asia, soprattutto, a fornire negli ultimi decenni quel miliardo in più di lavoratori del sistema industriale che ha cambiato i flussi commerciali e finanziari, e sarà l'Asia a determinare, più di altri, quel mondo fatto da un diverso rapporto tra produzione e lavoro che Dasgupta intravede. Ma sarà l'Europa a coniugare il nuovo paradigma. Come? Risponde Dasgupta:
“Non lo so. Ma credo che sarà impossibile produrre come oggi con un 50% della popolazione mondiale in più. Dell'Europa mi interessano molto le differenze interne, credo che il movimento cooperativo, in senso lato, potrà fornire spunti interessanti. Ci saranno meno risorse naturali per tutti, e l'Europa che ne ha meno di altri continenti sarà all'avanguardia nell'affrontare il mondo di domani. Ma credo proprio che il nocciolo della questione, per l'economia di domani, sarà come allentare il nodo tra Pil e occupazione. E un'area meno omogenea di altre, come l'Europa, ha più opportunità di fornire la risposta giusta e compatibile”.
Se temi come lo sviluppo sostenibile, la limitatezza delle risorse della Terra, il riscaldamento globale sono ormai entrati nel dibattito pubblico, è paradossale che il senso comune, i media, i Governi e le politiche economiche non considerino l’ambiente tra gli indicatori del benessere umano. Partha Dasgupta, al contrario, mostra come l’ambiente possa e debba essere integrato nel ragionamento economico, delineando una vera e propria economia ecologica e rendendo accessibili anche ai “non addetti ai lavori” le connessioni esistenti tra biodiversità ed ecosistema, scarsità delle risorse e possibilità economiche future.
E i nostri beneamati mercati finanziari? Beh, se i dati macroeconomici stessi sono poco rappresentativi della realtà e non sono in grado di coglierne i cambiamenti, figuriamoci le Piazze finanziarie!

Chiudo il post allegandovi il link di un video di un interessante intervento di Dasgupta, tratto da Youtube:

http://www.youtube.com/watch?v=bWUe-CUv65Y

sabato 16 gennaio 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Pubblicazione del secondo numero del 2010 della Financial Markets LAB Newsletter

Sono molto arrabbiato! Non capisco perchè ci siano degli idioti che si divertono a violare dal punto di vista informatico le mail degli altri e, approfittando degli indirizzi presenti nella rubrica, mandano spam o virus a pioggia. Non ho parole; i pirati informatici dovrebbero essere condannati dalla legge con pene severe! A causa di quello che è successo ieri, non riesco più ad accedere alla casella di posta del blog, finmklab@yahoo.it, visto che l'Amministratore (Yahoo) accortosi della violazione, ieri sera l'ha temporaneamente bloccata. Spero di riuscire nei prossimi giorni a ripristinarla, poichè il blocco dovrebbe essere momentaneo.
Invito i lettori a rafforzare i cordoni di sicurezza per tutto quello che concerne le attività svolte in rete.
Intanto, visto che molti di Voi mi avevano contattato nei giorni scorsi sollecitandomi l'uscita del secondo numero del 2010 della Financial Markets LAB Newsletter, eccezionalmente ho deciso di pubblicarla sulle pagine del Blog vista la momentanea impossibilità ad inoltrarvela. Inoltre, anche il Blog Finanza Monitor (www.finanzamonitor.blogspot.com) la pubblicherà (come aveva fatto con il numero precedente) sulle Sue pagine (Grazie Finanza Monitor!).
Eccola e buona lettura....

Financial Markets LAB Newsletter – gennaio 2010 – N°2
Opportunità di investimento nel 2010: tra rischi ed opportunità – II° PARTE
Nello scorso report abbiamo parlato di rischi: sul versante della sostenibilità di una crescita economica drogata dalla creazione di carta in eccesso, a causa dell’immane debito dei Paesi Occidentali e delle exit strategy che le Banche Centrali dovranno, prima o poi, intraprendere. L’elenco dei rischi non è esaurito, ma prima voglio ripartire esattamente da dove ci eravamo lasciati: dal decennio perduto delle Borse e dell’economia. Chi avesse investito 100 euro nell’indice europeo all’inizio del 2000, oggi ne avrebbe circa 87, dividendi inclusi. Le analogie con il periodo 1968-1982 ci sono;
anche allora lo sboom iniziò dopo uno straordinario periodo di crescita iniziato con la ricostruzione dopo la fine della seconda guerra mondiale; negli anni novanta, invece, la crescita fu trainata dall’innovazione tecnologica (internet) e da una produttività stellare. Ma la crescita non dura all’infinito, in particolare, se si producono beni e servizi in eccesso rispetto a quanto la domanda può assorbire.



E’ impressionante vedere i rendimenti decennali total return(comprensivi, cioè, non solo della rivalutazione dei corsi azionari ma anche della distribuzione dei dividendi) dell’indice S&P500 della Borsa Americana dagli anni ’30 ad oggi; dal grafico a barre
qui sopra risulta anche evidente come gli anni ’50, ’80 e ’90 siano stati eccezionali dal punto di vista dei rendimenti e che passeranno alcuni lustri prima di rivederli. Più realistico dunque ipotizzare per le azioni rendimenti non stellari del 5%-7% all’anno per il decennio che abbiamo davanti, a meno che la storia non ci riservi sorprese dal punto di vista dell’innovazione tecnologica (auto ad idrogeno, energie alternative, etc).
Parlare dell’occupazione, poi, è come sparare sulla croce rossa; guardate il grafico seguente che mostra quanta occupazione è stata creata nel decennio appena trascorso. Non era mai successo, dagli anni ‘40 ad oggi, di vedere una così bassa creazione di posti di lavoro!



Torniamo ai rischi, partendo proprio dall’occupazione; in realtà, dell’occupazione abbiamo già parlato nelle scorse Financial Markets LAB Newsletter e nei vari post sul Blog; quindi non ha senso dilungarsi oltre; ribadisco solo che nel corso del 2010l’occupazione rimarrà asfittica con tendenza al peggioramento e, nella migliore delle ipotesi, potrà tendere a stabilizzarsi sui livelli raggiunti nel 2009; gli eventuali segni di miglioramento deriveranno solamente da aiuti statali e non saranno legati a scenari di crescita sostenibile. Come può migliorare l’occupazione
se grandi settori come quello immobiliare o automobilistico Americano, stanno lottando con problemi di sovra capacità produttiva?! Come ho già detto, vedo solo una via d’uscita: l’innovazione tecnologica.
Ovviamente, problemi sul versante occupazionale si ripercuotono dal lato dei consumi (circa due terzi del Pil Usa una volta era costituito dai consumi degli Americani) e della fiducia delle famiglie.
Nel sistema finanziario i problemi non sono ancora del tutto risolti; aspettiamoci nuovi fallimenti di banche nel corso di questo anno e le istituzioni creditizie che non falliranno soffriranno ancora pesantemente (mi riferisco in particolare alle
banche anglosassoni; quelle italiane sono un’altra storia, per fortuna); un esempio?
Citigroup è esposta per centinaia di miliardi di dollari nel settore real estate; non credo che il settore immobiliare Usa risorgerà questo anno; anzi, penso che il rimbalzo
in atto sarà di breve durata (vedi indicatori tipo l’S&P-Case Shiller Index); nei prossimi anni (2010-2012) una marea di mutui dovranno essere rinegoziati negli Stati Uniti; in altre parole, gente che aveva acceso mutui ARMs negli scorsi anni a condizioni
vantaggiose saranno costrette, a causa del vincolo contrattuale, a rivedere (in peggio!!) le condizioni dei loro mutui; gli ARMs sono dei mutui dove c’è un’opzione, una clausola, che permette al mutuatario di pagare un interesse molto basso per i primi
anni di vita del mutuo, successivamente l’interesse viene ricalcolato con dei parametri molto peggiorativi. Difatti da qui il prefisso ARMS = option adjustable-rate mortgages.
E come commentare la recente affermazione di Geithner (Segretario del Tesoro Americano)?!:
“We're not going to have.... a second wave of financial crisis..... We'll do what is necessary to prevent that.......and that is completely within our capacity to prevent."
Mi viene da dire una sola parola: FANTASTICO!!!
L’affermazione del Segretario del Tesoro Usa è un’ammissione implicita che le autorità Statunitensi si attendono una “second wave” magari proprio legata ai mutui ARMs o alla marea di strumenti derivati ancora annidati nei bilanci delle banche (che
dall’inizio della crisi ad oggi sono aumentati!!). Io la interpreto proprio così, come una confessione!
Sempre nella stessa recente intervista Geithner sentenziava:
"We were in a very deep hole and it is going to take a long time to repair the damage done to confidence."
Ebbene, personalmente sono davvero molto preoccupato riguardo la concreta possibilità di una seconda ondata di crisi finanziaria perché, in questo secondo round, le Autorità avrebbero meno armi a disposizione per fronteggiarla, visto che, come ho
già scritto, gli Usa hanno già emesso più passività di una “Repubblica delle banane”. Un altro segnale preoccupante è legato alle recenti affermazioni riguardo la decisione del
Tesoro Usa, annunciata il 24 dicembre scorso, di fornire un sostegno finanziario illimitato a Fannie Mae e Freddie Mac, le due agenzie semigovernative che forniscono mutui a tasso agevolato negli Usa (finora le due agenzie hanno ricevuto qualcosa come
60 e 51 miliardi di dollari di aiuti); questa notizia, assolutamente pessima dal punto di vista etico (il Tesoro Usa sta dicendo all’americano medio: “accendi pure un mutuo, poi anche se non sei in grado di ripagarlo, intervengo io, con i soldi di
tutti i contribuenti per ripianare le perdite!! Come faccio?! Faccio stampare cartamoneta dalla Federal Reserve e ricompro i titoli spazzatura che sono nell’attivo di Fannie & Freddie, semplice no?!”) potrebbe essere la punta di un iceberg di problemi legati al mercato immobiliare e, probabilmente, il Tesoro
Americano vuole giocare d’anticipo.
Tra le possibili soluzioni alla crisi, oltre alla più volte citata innovazione tecnologica avrei potuto inserire un’altra importante variabile: il sostegno allo sviluppo mondiale delle grandi economie emergenti (oramai emergenti neanche più di tanto!): Cina e India
in testa. Ma come è successo nei passati “inverni di Kondratieff” (vedi grafico) durante le crisi si alzano steccati e barriere; paradossalmente “le economie si arroccano dentro castelli medievali” per difendersi e fronteggiare dure guerre commerciali.



Come ha più volte sottolineato Paul Krugman, la Cina è una grande potenza finanziaria e commerciale che però non si muove in coordinamento con le altre grandi economie. L’esempio più eclatante di questa affermazione è lo yuan fermo per legge al valore di
6.8 rispetto al dollaro. L’International Trade Commission ha deciso di rispondere con l’utilizzo dei dazi; proprio gli Usa (tra l’altro, dopo che Obama si è recato in Cina poche settimane fa a sostenere la causa Americana) applicheranno dazi dal 10% al
16% sui tubi d’acciaio made in Cina. Usa ed Unione Europea hanno più volte spinto la Cina a rivalutare la propria moneta; proprio alcuni giorni fa il governo cinese ha risposto freddamente che ogni decisione verrà presa secondo i tempi e i modi ritenuti più opportuni. Tra Usa e Cina ci sono in ballo qualcosa come 400 miliardi (dollaro più dollaro meno) di scambi commerciali e, al momento, risulta difficile capire come andrà a finire.
Il quadro che ho dipinto è a tinte fosche lo so, anche se qualche opportunità di investimento, come abbiamo visto anche nella I° PARTE non mancherà; l’elenco dei rischi non finirebbe qui; ho voluto evidenziarvi quelli più eclatanti. Concludo questo
numero della Financial Markets LAB Newsletter segnalandovi che qualcuno che sta meglio nel mondo e gode di buona salute c’è: le economie dei mercati emergenti ovvero proprio Cina, India, Russia e Brasile in testa. Ho questa convinzione: ritengo che i mercati azionari di queste economie siano da accumulare sulle debolezze vista la forza delle loro economie, che cresceranno a ritmi compresi tra il 5% ed il 10% contro le asfittiche crescite del 2%-3%dei G-10. Vi segnalo infine una frase di V. Lenin (non sono certamente un ammiratore del suo pensiero politico-economico, ma l’affermazione, se riferita all’operato degli Usa degli
ultimi due anni e mezzo, è molto attuale!):
“The best way to destroy the capitalist system is to debauch the currency.”
Per il momento è tutto. Passo e chiudo.

domenica 6 dicembre 2009

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Ridimensionamento!!!

A distanza di tanti anni spesi a studiare e vivere la follia dei mercati finanziari riesco ancora a divertirmi di fronte a comportamenti o reazioni istintive causate dall'inconscio collettivo. Mi riferisco alla reazione positiva innescata dalle Borse internazionali dopo i dati sull'occupazione americana della scorsa settimana.
Il tasso di disoccupazione è sceso al 10% dal 10,2% di ottobre e la perdita di posti di lavoro è stata la minore degli ultimi due anni: -11mila rispetto al mese precedente. Lo ha comunicato oggi il dipartimento del lavoro. Le attese degli analisti erano per una flessione delle buste paga maggiore, 100mila, e per un tasso di disoccupazione del 10,2%. Dati positivi anche dalla revisione dei rapporti precedenti. La riduzione dei posti di lavoro per i mesi di settembre e di ottobre risulta adesso inferiore di 159mila unità rispetto a quanto stimato prima. Il Rapporto sull’occupazione presentato contiene altri dati positivi, come l’andamento delle ore lavorate, aumentate dello 0,6% e la crescita dell’occupazione temporanea, entrambi possibili indizi di ripresa.
Lascio ai lettori che hanno voglia andare a leggere i dettagli nel link che allego:

http://www.bls.gov/news.release/empsit.toc.htm

Quello che voglio ribadire qui è che una rondine non fa primavera e che la reazione del mercato indica quanto questo sia miope in questo momento. Lascio alla Financial Markets LAB Newsletter (di imminente uscita) il compito di entrare un po' più nel dettaglio della situazione occupazionale Usa.
Qui voglio ribadire per l'ennesima volta lo scenario di fondo nell'ambito del quale questo rialzo delle Piazze azionarie (bull market ciclico) si sta sviluppando: lo scenario è quello del RIDIMENSIONAMENTO!!!
Date un occhiata ai seguenti grafici:





Questi grafici mostrano il livello di indebitamento del sistema (dati riferiti alle famiglie Usa) e l'inizio del ridimensionamento della leva finanziaria (stile Giappone fine anni ottanta!).
Lo sboom è appena iniziato; è questo il WARNING che non mi stancherò mai di lanciare.
Un bull market ciclico come quello in atto dai minimi di marzo 2009 non può avere vita lunga in un contesto di questo tipo.
I problemi del sistema non sono stati ancora risolti. L'appetito per il rischio sta riportando i mercati azionari su livelli che implicano scenari molto ottimistici sulla ripresa degli utili e soprattutto sulla ripresa dei margini delle aziende. Maneggio quotidianamente dati macroeconomici e parlo con uffici studi disseminati un po' ovunque nel mondo; credetemi....le ragioni degli scettici e dei prudenti mi fanno riflettere e mi fanno essere decisamente cauto e sospettoso (il tempo dirà se la mia cautela era eccessiva...). Il bull market ciclico potrà durare ancora per un po (a parte consolidamenti e qualche presa di beneficio di breve) ma quello che sta avvenendo si sta sviluppando all'interno di un bear market secolare iniziato nel 2000 con lo scoppio della bolla tecnologica e in concomitanza con l'avvio dell'inverno di kondratiev (vedi figura seguente)

http://en.wikipedia.org/wiki/Kondratiev_wave



Sono dell'opinione che stiamo godendo di un'estate di San Martino, un breve intermezzo prima di un secondo tempo in cui una quota ancora maggiore di perdite su crediti emergerà, e in cui il numero di scelte politiche a disposizione sarà più limitato, perché gli Stati (Usa in primis) hanno emesso più passività governative di una Banana Republic.
In un contesto di questo tipo ritengo opportuno navigare a vista sull'azionario (un trend è in essere sino a a quando non viene invertito e per il momento il toro è lì....); rifuggire dall'eccesso di carta governativa (il caso Grecia dimostra che anche uno Stato può rischiare di fallire...); pizzicare qualche titolo corporate e, sopratutto, tenersi stretto l'oro!!!Ricordate cosa dicevo a dicembre 2008?

http://financialmarketslab.blogspot.com/2008/12/dal-laboratorio-dei-mercati-finanziari_13.html

Okkio alla prossima Financial Markets LAB newsletter........

sabato 24 gennaio 2009

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - La cura

“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te. Vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà). Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare. Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza. I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi. Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. TI salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... io sì, che avrò cura di te.” Franco Battiato – La cura

Una delle canzoni che ascolto sempre con piacere si intitola “la cura” ed è cantata da Franco Battiato; un testo veramente molto bello pieno di significati. La mia citazione non vuole assolutamente snaturarne il significato profondo e intenso che il cantautore ha disseminato tra le parole del testo. Ho citato “la cura” per alludere al tentativo di rianimazione che sta facendo l’America per risollevare la propria economia,
Ritengo, infatti, che nel corso del 2009 gli investitori si focalizzeranno maggiormente sugli effetti delle varie cure messe in campo dalle Banche Centrali e dai Governi e che le notizie sul malato rivestiranno un’importanza relativa, in particolare per l’andamento dei mercati azionari; questo perché ritengo che oramai i prezzi delle azioni incorporino già notizie sull’ammalato veramente pessime con tempi di guarigione attesa molto lunghi. Per questo, sarà importante valutare come e se le cure riusciranno ad alleviare i sintomi e ad abbreviare la convalescenza.
Effettivamente, il caso è di quelli difficili; la diagnosi non è semplice; sintomi e complicazioni si sono susseguite aggravando le condizioni del paziente.
Ci vuole il Dottor House, forse lui riuscirà a salvare il malato, visto che l’equipe medica attualmente al lavoro non riesce a venirne a capo.



Dotti medici e sapienti, tutti al capezzale del malato, diceva un'altra famosa canzone di Edoardo Bennato. L’economia Usa sta mostrando i segni di una malattia resistente a qualsiasi cura e, a dire il vero piuttosto contagiosa, visto che anche le altre economie in giro per il mondo si stanno ammalando o stanno aggravando la propria salute. In Usa, la prima terapia applicata al paziente è stata la politica monetaria; una lunga serie di iniezioni da cavallo; il medico ha ordinato un bel ciclo di punture e i tassi, praticamente, sono stati portati vicini alla soglia dello 0; ma è sorta una complicazione e il malato non ha migliorato il proprio stato di salute: si è inceppato il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, la velocità di circolazione della moneta. Così, le banche non hanno continuato a fare le banche perché invece di fornire la liquidità al sistema delle imprese e delle famiglie, hanno preferito e preferiscono rimanere in “wait and see” chiudendosi "a riccio" e non fidandosi l'una dell'altra. La liquidità non viene immessa nelle vene del sistema e, così, non riescono a raggiungere gli organi più bisognosi di cure: le famiglie e le imprese.
E dire che di liquidità ne è stata immessa nel sistema. Guardate questo grafico;



mostra di quanto sono state fatte aumentare le riserve delle banche nella crisi attuale e durante la grande depressione.
Praticamente è stata immessa una quantità di liquidità 10 volte superiore rispetto a quanto si fece durante la crisi del ’29.
Bisogna anche riconoscere alla Fed una maggiore tempestività di azione rispetto a quanto, ad esempio fece la Banca Centrale Giapponese durante la crisi degli anni ’90.
Lo si vede chiaramente nel grafico seguente che mostra la velocità con la quale i tassi sui Fed funds sono stati abbassati:



E mentre l’equipe medica continuava nella terapia, il malato continuava (e continua) ad evidenziare nuove complicanze; banche fallite, altre sull’orlo della crisi, mercato immobiliare al collasso, utili aziendali in picchiata, dati macro economici sulla congiuntura economica in picchiata e chi più ne ha più ne metta.
Non solo, un altro strisciante sintomo ha cominciato a mostrare i suoi segni inequivocabili: la deflazione. I prezzi delle materie prime sono crollate, un bene per le tasche dei risparmiatori, strozzati nel 2007 dai rincari dei principali beni di consumo, un vero e proprio tumore da debellare per l’equipe medica.
I sintomi sono abbastanza facili da riconoscere ed egregiamente sintetizzati nel chart seguente che mostra il ciclo della deflazione ed i suoi subdoli effetti.



Si decide allora di intervenire con un farmaco chemioterapico: la politica di quantitative easing, rendendosi perfettamente conto che non vi sono certezze circa la sua efficacia; l’altro paziente al quale avevano somministrato il farmaco è ancora vivo ma langue a distanza di tanti anni e di fatto non può dirsi guarito: si chiama Giappone. Ma è una delle poche strade che restano da percorrere: monetizzare il debito espandendo all’inverosimile il debito pubblico.
E dire che sino ad ora, per i vari programmi di salvataggio si è davvero messo in conto di spendere tanto; tanto come mai si è speso; guardate questo grafico che raffronta l’ammontare di spesa messo sl piatto per salvare il sistema al collasso con tutte le altre spese storicamente sostenute dagli Usa.



Come ho evidenziato in un recente post (di cui vi allego il link), le uniche certezze che ci consegna l’evidenza empirica sull’efficacia del quantitative easing sono: tassi a lunga schiacciati verso il basso e aiuto al sistema bancario, basta.

http://financialmarketslab.blogspot.com/2008/12/dal-laboratorio-dei-mercati-finanziari_06.html

L’equipe medica è perfettamente a conoscenza delle incognite sull’efficacia del farmaco chemioterapico, e allora? Quali altre soluzioni terapeutiche escogitare quando tutte le strade sono state perseguite? L’unica via ancora percorribile rimane quella della politica fiscale. Effettivamente il fior fiore di economisti da sempre ha invocato le politiche fiscali anticicliche quale manna dal cielo.
E allora diamo un’occhiata al piano varato da Obama:

Piano biennale da $775 billion così suddivisi:
* 4 milioni di posti di lavoro (678000 nelle costruzioni; 604000 nel settore retail; 408000 nel manifatturiero)
* Spese in infrastrutture, salute, educazione ed energia
* Incremento del Gdp di 3.7 punti entro la fine del 2010
* Tagli alle tasse (rappresenta il 40% del piano Obama cioè 300 bill. $)

Basta per riavviare il motore Usa? Beh qualche effetto lo produrrà ma non subito; guardate cosa dovrebbe succedere all’output gap e alla disoccupazione per esempio:



Dal grafico si vede chiaramente come gli effetti non sono immediati (le diverse linee ipotizzano ammontari di spesa diversi) e sono rimandati ahimè a non prima del 2010, mentre dalla tabella seguente si vede come il moltiplicatore della politica fiscale dovrebbe manifestare i propri effetti a distanza di diversi trimestri; non solo; si vede anche come la prevalenza andrà data alla spesa pubblica e non ai tagli delle tasse come giustamente ha fatto osservare l’economista Krugman.



Una manovra corrispondente ad un punto percentuale di Pil genera un punto e mezzo di crescita ma solo dopo 5 trimestri; se si pensa poi che i tempi di applicazione della politica fiscale richiederanno tempo, si comprende come gli effetti verranno recepiti dall'economia non prima dell'anno prossimo.
Nel frattempo non ci resta che attendere gli effetti della politica monetaria e della politica di quantitative easing e sperare da un lato, in una stabilizzazione degli utili societari, dall’altro che la velocità di circolazione della moneta torni ad aumentare.
Per queste ragioni, come vado affermando da parecchi mesi, l’avvio di un nuovo bull market sull’azionario è davvero lontano e la migliore ipotesi che posso fare al momento è quello di una prolungata fase laterale, in un contesto di alta volatilità che potrà vedere, da un lato, anche nuovi minimi per gli indici azionari internazionali, dall’altro, violenti rimbalzi rialzisti (bear markets rally). Personalmente ritengo di importanza fondamentale che lo S&P500 non scenda sotto la fascia 770-740 per poter continuare ad ipotizzare la costruzione di un bottom ciclico anticamera di un recupero importante delle quotazioni. Al di sotto di questa area, personalmente allaccerò le cinture di sicurezza.

sabato 20 dicembre 2008

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Quantitative easing: funziona contro la deflazione?

Con l’ennesimo taglio la Fed ha praticamente portato sulla soglia dello zero i tassi di riferimento, facendo intendere che le prossime mosse riguarderanno prevalentemente manovre di quantitative easing, come aveva già fatto la Bank of Japan negli anni scorsi. Ecco lo Statement della Fed del 16 dicembre 2008:
"The Federal Open Market Committee decided today to establish a target range for the federal funds rate of 0 to 1/4 percent.
Since the Committee's last meeting, labor market conditions have deteriorated, and the available data indicate that consumer spending, business investment, and industrial production have declined. Financial markets remain quite strained and credit conditions tight. Overall, the outlook for economic activity has weakened further.
Meanwhile, inflationary pressures have diminished appreciably. In light of the declines in the prices of energy and other commodities and the weaker prospects for economic activity, the Committee expects inflation to moderate further in coming quarters.
The Federal Reserve will employ all available tools to promote the resumption of sustainable economic growth and to preserve price stability. In particular, the Committee anticipates that weak economic conditions are likely to warrant exceptionally low levels of the federal funds rate for some time.
The focus of the Committee's policy going forward will be to support the functioning of financial markets and stimulate the economy through open market operations and other measures that sustain the size of the Federal Reserve's balance sheet at a high level. As previously announced, over the next few quarters the Federal Reserve will purchase large quantities of agency debt and mortgage-backed securities to provide support to the mortgage and housing markets, and it stands ready to expand its purchases of agency debt and mortgage-backed securities as conditions warrant. The Committee is also evaluating the potential benefits of purchasing longer-term Treasury securities. Early next year, the Federal Reserve will also implement the Term Asset-Backed Securities Loan Facility to facilitate the extension of credit to households and small businesses. The Federal Reserve will continue to consider ways of using its balance sheet to further support credit markets and economic activity.
Voting for the FOMC monetary policy action were: Ben S. Bernanke, Chairman; Christine M. Cumming; Elizabeth A. Duke; Richard W. Fisher; Donald L. Kohn; Randall S. Kroszner; Sandra Pianalto; Charles I. Plosser; Gary H. Stern; and Kevin M. Warsh.
In a related action, the Board of Governors unanimously approved a 75-basis-point decrease in the discount rate to 1/2 percent. In taking this action, the Board approved the requests submitted by the Boards of Directors of the Federal Reserve Banks of New York, Cleveland, Richmond, Atlanta, Minneapolis, and San Francisco. The Board also established interest rates on required and excess reserve balances of 1/4 percent."
Nello statement è ribadito l'utilizzo di "armi non convenzionali" rappresentate dalle cosidette politiche di quantitative easing. Ne avevo parlato in precedenti posts:

Ma una politica di quantitative easing funziona? Serve cioè a debellare il rischio deflazionistico? Qual'è stata l'esperienza passata?
Il passato non ci fornisce grande aiuto, visto che l’unico vero esperimento di quantitative easing venne effettuato dalla Banca Centrale giapponese alcuni anni fa. Ma quali sono stati gli effetti di tali politiche?
Ebbene, leggendo un articolo intitolato” Did Quantitative Easing by the Bank of Japan "Work"?” a firma MarK Spiegel, di cui vi allego il link, non risulta facile capirlo:

Ecco le conclusioni tratte proprio dall’articolo in questione:
"The results of studies of the impact of the quantitative easing period are just now making their way into the literature, but several patterns already have emerged. First, the primary evidence for the real effects of quantitative easing appears to be associated with empirical evidence that the introduction of or advances in the program have been associated with some measurable declines in longer-term interest rates. These have been associated with both changes in agents' expectations of future interest rate levels and with purchases of "nonstandard" assets, such as longer-term JGBs. As these policies often occurred simultaneously, it is difficult to discriminate between the two. Second, there appears to be evidence that the program aided weaker Japanese banks and generally encouraged greater risk-tolerance in the Japanese financial system.
While these outcomes appear to be consistent with the intentions of the program, the magnitudes of these impacts are still very uncertain. Moreover, in strengthening the performance of the weakest Japanese banks, quantitative easing may have had the undesired impact of delaying structural reform."

Deludente vero? Dalle conclusioni emerge con chiarezza che gli unici due effetti indotti da politiche di quantitative easing sono:

1) un ribasso dei tassi di interesse a lungo termine;
2) un sostegno al sistema bancario che dovrebbe essere incoraggiato ad allentare i cordoni creditizi ricominciando a fornire liquidità al “sistema aziende”.

Da ciò deduco le seguenti considerazioni:
1) I tassi di interesse continueranno a rimanere bassi ancora per un po di tempo, al di là della volatilità e dei movimenti di breve periodo legati ad eventuali aspettative reflazionistiche dell’economia;
2) Le banche non hanno ancora ricominciato a “fare il loro mestiere” ed i cordoni creditizi sono ancora ben serrati; in altre parole, se i tassi di interesse sono scesi a causa delle aspettative degli operatori che si sono buttati a capofitto a comprare titoli di stato, le banche preferiscono impiegare la liquidità fornita dalla Fed comprando a loro volta titoli di stato e non usandola per finanziare le aziende.
Inoltre, nell'ambito di questa incertezza:
1) la Fed non ostacolerà eventuali deprezzamenti del dollaro, anzi! Roosvelt negli anni trenta svalutò il dollaro del 40% rispetto all'oro per combattere la deflazione;
2) Un ruolo importante verrà giocato dal neo presidente Obama e dalla sua capacità di mettere in pista riforme strutturali e politiche fiscali atte a sostenere l'economia. Senza queste, sarà difficile vedere una ripartenza del "motore a stelle e striscie".

sabato 13 dicembre 2008

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Bernanke vs deflazione


Questa volta voglio commentare un vecchio di discorso di Ben Bernanke, tenuto il 21 novembre 2002 davanti al National Economists Club di Washington (notate che siccome si va un po indietro nel tempo ho messo una vecchia foto di Bernanke! Forse un po anni 70....); il discorso in questione si intitola: “Deflation: Making Sure "It" Doesn't Happen Here”.
In quel discorso, come vedremo in questo post, possiamo ritrovare:

1) diverse affermazioni che lette oggi sembrano davvero incredibili e ci forniscono una tragicomica spiegazione della crisi economica e finanziaria in atto.
2) Le possibili medicine che la Fed darà in pasto “all’ammalata economia statunitense” per cercare di guarirla dai sintomi della deflazione.
Per chi fosse interessato a leggere l’intero discorso allego il link:

http://www.federalreserve.gov/boardDocs/speeches/2002/20021121/default.htm

Cominciamo a commentare alcuni passi che reputo davvero salienti.

“So, is deflation a threat to the economic health of the United States? Not to leave you in suspense, I believe that the chance of significant deflation in the United States in the foreseeable future is extremely small, for two principal reasons. The first is the resilience and structural stability of the U.S. economy itself. Over the years, the U.S. economy has shown a remarkable ability to absorb shocks of all kinds, to recover, and to continue to grow. Flexible and efficient markets for labor and capital, an entrepreneurial tradition, and a general willingness to tolerate and even embrace technological and economic change all contribute to this resiliency. A particularly important protective factor in the current environment is the strength of our financial system: Despite the adverse shocks of the past year, our banking system remains healthy and well-regulated, and firm and household balance sheets are for the most part in good shape.The second bulwark against deflation in the United States, and the one that will be the focus of my remarks today, is the Federal Reserve System itself. The Congress has given the Fed the responsibility of preserving price stability (among other objectives), which most definitely implies avoiding deflation as well as inflation. I am confident that the Fed would take whatever means necessary to prevent significant deflation in the United States and, moreover, that the U.S. central bank, in cooperation with other parts of the government as needed, has sufficient policy instruments to ensure that any deflation that might occur would be both mild and brief.”
Nel 2002 Bernanke riteneva improbabile che si verificassero fenomeni deflativi grazie a due elementi di positività: da un lato la flessibilità dell’economia Usa, capace di assorbire shocks esterni anche di grossa portata; effettivamente il Vecchio Continente ha solo da imparare dalle caratteristiche di estrema flessibilità dell’economia a stelle e strisce, a partire proprio dal mercato del lavoro (pensiamo a quello che è successo in Italia con la riforma Biagi e alla levata di scudi di una certa parte della sinistra marxista più retrograda ed atavica, giustamente spazzata via nelle ultime elezioni politiche). Dall’altro l’attuale Presidente della Fed enfatizza la forza del sistema finanziario e, avete tradotto bene, la salute del sistema bancario; non solo, dice che il sistema bancario è ben regolato! Queste parole, a distanza di soli 6 anni sembrano totalmente sballate ma, secondo me, ci danno alcune importanti lezioni; innanzitutto, le Banche Centrali non sanno prevedere il futuro; in secondo luogo, non c’è regolamentazione che tenga di fronte all’ingordigia umana; il basso livello dei tassi di interesse ha spinto negli scorsi anni le banche ad ingegnarsi per guadagnare, facendo credito a chi non poteva indebitarsi e a rivendere tali crediti impacchettandoli con nastri colorati e carta luccicante per attrarre altra speculazione finanziaria. Di fronte alla ricerca di profitto ad ogni costo il sistema di controllo e di risk management ha mostrato tutti i suoi limiti.
Inoltre, oggi, con questa crisi finanziaria in atto, siccome il sistema finanziario Usa non è in salute, è venuta meno una delle condizioni di salvaguardia dalla deflazione, citate da Bernanke.
Ecco perché la Fed ha annunciato il ricorso a misure di quantitative easing e gli annunci che verranno fatti nella imminente riunione della Fed sono estremamente importanti e ci daranno la misura dell’impegno della Banca Centrale Usa per scongiurare il rischio deflazionistico alle porte.
Bernanke cita poi la Fed quale baluardo contro i rischi di deflazione ed il fatto che il Congresso Usa ha dato mandato alla Banca Centrale di perseguire con ogni mezzo l’obiettivo della stabilità dei prezzi. “Con ogni mezzo” significa in una sola e semplice frase: inondare di liquidità il sistema.

“Deflation of sufficient magnitude may result in the nominal interest rate declining to zero or very close to zero. Once the nominal interest rate is at zero, no further downward adjustment in the rate can occur, since lenders generally will not accept a negative nominal interest rate when it is possible instead to hold cash. At this point, the nominal interest rate is said to have hit the "zero bound."

La Fed ha portato i Fed funds all’1% con una serie di repentini tagli dei tassi e, se faccio un raffronto con quello che era successo in Giappone nel corso dei primi anni ’90 bisogna dare atto alla Banca Centrale statunitense di aver agito in modo nettamente più tempestivo.
Se invece vado a vedere alcune variabili di politica monetaria noto che, se da un lato la base monetaria è salita in modo verticale, dall’altro la velocità di circolazione della moneta è in netto calo; in altre parole:”il cavallo non beve!!”; le banche sono ancora riluttanti a svolgere il loro compito primario, cioè a prestare denaro alle aziende. Invece di utilizzare la liquidità fornita dalla Fed per aumentare il credito, usano il denaro per acquistare titoli di stato, rendendo vani i tentativi della Banca Centrale Americana di “rianimare il malato”.
Siamo di fatto in una situazione di “trappola della liquidità” come vi dicevo nel precedente post
http://financialmarketslab.blogspot.com/2008/12/dal-laboratorio-dei-mercati-finanziari_06.html

First, when the nominal interest rate has been reduced to zero, the real interest rate paid by borrowers equals the expected rate of deflation, however large that may be. To take what might seem like an extreme example (though in fact it occurred in the United States in the early 1930s), suppose that deflation is proceeding at a clip of 10 percent per year. Then someone who borrows for a year at a nominal interest rate of zero actually faces a 10 percent real cost of funds, as the loan must be repaid in dollars whose purchasing power is 10 percent greater than that of the dollars borrowed originally. In a period of sufficiently severe deflation, the real cost of borrowing becomes prohibitive. Capital investment, purchases of new homes, and other types of spending decline accordingly, worsening the economic downturn.”

Bernanke descrive egregiamente gli effetti della deflazione sui soggetti indebitati: il tasso di interesse reale pagato dai debitori in un contesto deflazionistico è uguale al tasso atteso di deflazione; ecco perchè la Fed sta cercando di abbassare i tassi sui mortgages e in generale i tassi a lungo termine.

Curing Deflation
"As I have mentioned, some observers have concluded that when the central bank's policy rate falls to zero--its practical minimum--monetary policy loses its ability to further stimulate aggregate demand and the economy. At a broad conceptual level, and in my view in practice as well, this conclusion is clearly mistaken. Indeed, under a fiat (that is, paper) money system, a government (in practice, the central bank in cooperation with other agencies) should always be able to generate increased nominal spending and inflation, even when the short-term nominal interest rate is at zero. So what then might the Fed do if its target interest rate, the overnight federal funds rate, fell to zero? One relatively straightforward extension of current procedures would be to try to stimulate spending by lowering rates further out along the Treasury term structure--that is, rates on government bonds of longer maturities. There are at least two ways of bringing down longer-term rates, which are complementary and could be employed separately or in combination. One approach, similar to an action taken in the past couple of years by the Bank of Japan, would be for the Fed to commit to holding the overnight rate at zero for some specified period. Because long-term interest rates represent averages of current and expected future short-term rates, plus a term premium, a commitment to keep short-term rates at zero for some time--if it were credible--would induce a decline in longer-term rates. A more direct method, which I personally prefer, would be for the Fed to begin announcing explicit ceilings for yields on longer-maturity Treasury debt (say, bonds maturing within the next two years). The Fed could enforce these interest-rate ceilings by committing to make unlimited purchases of securities up to two years from maturity at prices consistent with the targeted yields. If this program were successful, not only would yields on medium-term Treasury securities fall, but (because of links operating through expectations of future interest rates) yields on longer-term public and private debt (such as mortgages) would likely fall as well. Lower rates over the maturity spectrum of public and private securities should strengthen aggregate demand in the usual ways and thus help to end deflation. Of course, if operating in relatively short-dated Treasury debt proved insufficient, the Fed could also attempt to cap yields of Treasury securities at still longer maturities, say three to six years. Yet another option would be for the Fed to use its existing authority to operate in the markets for agency debt (for example, mortgage-backed securities issued by Ginnie Mae, the Government National Mortgage Association). If lowering yields on longer-dated Treasury securities proved insufficient to restart spending, however, the Fed might next consider attempting to influence directly the yields on privately issued securities. Unlike some central banks, and barring changes to current law, the Fed is relatively restricted in its ability to buy private securities directly. However, the Fed does have broad powers to lend to the private sector indirectly via banks, through the discount window. Therefore a second policy option, complementary to operating in the markets for Treasury and agency debt, would be for the Fed to offer fixed-term loans to banks at low or zero interest, with a wide range of private assets (including, among others, corporate bonds, commercial paper, bank loans, and mortgages) deemed eligible as collateral. For example, the Fed might make 90-day or 180-day zero-interest loans to banks, taking corporate commercial paper of the same maturity as collateral. Pursued aggressively, such a program could significantly reduce liquidity and term premiums on the assets used as collateral. Reductions in these premiums would lower the cost of capital both to banks and the nonbank private sector, over and above the beneficial effect already conferred by lower interest rates on government securities. The Fed can inject money into the economy in still other ways. For example, the Fed has the authority to buy foreign government debt, as well as domestic government debt. Potentially, this class of assets offers huge scope for Fed operations, as the quantity of foreign assets eligible for purchase by the Fed is several times the stock of U.S. government debt. Although a policy of intervening to affect the exchange value of the dollar is nowhere on the horizon today, it's worth noting that there have been times when exchange rate policy has been an effective weapon against deflation. A striking example from U.S. history is Franklin Roosevelt's 40 percent devaluation of the dollar against gold in 1933-34, enforced by a program of gold purchases and domestic money creation. The devaluation and the rapid increase in money supply it permitted ended the U.S. deflation remarkably quickly. Indeed, consumer price inflation in the United States, year on year, went from -10.3 percent in 1932 to -5.1 percent in 1933 to 3.4 percent in 1934. The economy grew strongly, and by the way, 1934 was one of the best years of the century for the stock market. If nothing else, the episode illustrates that monetary actions can have powerful effects on the economy, even when the nominal interest rate is at or near zero, as was the case at the time of Roosevelt's devaluation.
Fiscal Policy
Each of the policy options I have discussed so far involves the Fed's acting on its own. In practice, the effectiveness of anti-deflation policy could be significantly enhanced by cooperation between the monetary and fiscal authorities. A broad-based tax cut, for example, accommodated by a program of open-market purchases to alleviate any tendency for interest rates to increase, would almost certainly be an effective stimulant to consumption and hence to prices. Even if households decided not to increase consumption but instead re-balanced their portfolios by using their extra cash to acquire real and financial assets, the resulting increase in asset values would lower the cost of capital and improve the balance sheet positions of potential borrowers. A money-financed tax cut is essentially equivalent to Milton Friedman's famous "helicopter drop" of money. Of course, in lieu of tax cuts or increases in transfers the government could increase spending on current goods and services or even acquire existing real or financial assets. If the Treasury issued debt to purchase private assets and the Fed then purchased an equal amount of Treasury debt with newly created money, the whole operation would be the economic equivalent of direct open-market operations in private assets.”
Questo è il cuore del discorso di Bernanke in cui ritrovare quelli che saranno i provvedimenti che probabilmente la Fed si appresta ad annunciare in modo dettagliato nella riunione del 15 e 16 dicembre 2008 (sembra che la Banca Centrale abbia volutamente dilatato la durata della riunione).
La Fed deve abbassare i tassi a lungo termine; può cercare di farlo in tanti modi: mettendo un cap ai rendimenti dei titoli di stato; acquistando in modo massiccio titoli di stato. Un altro strumento contro la deflazione è rappresentato dalla politica fiscale; ricorrendo ad un coordinamento con il Governo per l’attuazione di politiche fiscali espansive si può stimolare la domanda ed i consumi (con un conseguente impatto rialzista sui prezzi).
C’è un altro punto interessante: Bernanke è disposto anche a far deprezzare il dollaro per rilanciare l’economia. Che dire? Sell dollars buy Gold……..