Il report gratuito di Financial Markets LAB!

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domenica 5 febbraio 2012

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Vicini ad un top intermedio per l'equity?


Oggi vi propongo questo studio (thank to McClellan) che confronta l'andamento delle posizioni del CoT su Euro Dollaro con l'azionario Usa; ebbene, anche questo studio conferma l'ipotesi che siamo vicini ad un top per l'equity (in febbraio) che dovrebbe essere seguito da una fase di assestamento neutro-negativa (non di inversione ribassista) che dovrebbe rappresentare l'anticamera per una nuova spinta rialzista che dovrebbe partire da giugno.

sabato 4 febbraio 2012

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Red alert!

Diversi degli indicatori tecnici che abitualmente seguo per prendere decisioni di investimento cominciano a segnalarmi degli eccessi rialzisti; guardate il grafico seguente (many thanks to Bespoke) che mostra che la percentuale di titoli dell'indice S&P500 al di sopra della media mobile a 50 giorni è arrivato ad un livello (86%) che comincia ad essere esagerato per l'evoluzione nel breve termine. Allo stesso tempo, però, questo indicatore di "ampiezza" ci indica che il movimento di rialzo in atto è corale e non riguarda solamente pochi titoli.
Se la prossima settimana si continuerà a salire inizierò a chiudere alcune posizioni tattiche lunghe su azioni prendendo beneficio sia in Usa che in Europa.

martedì 31 gennaio 2012

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Un parallelo interessante

Guardate questo grafico che confronta l'andamento dell'indice S&P500 nel 1974-75 e oggi; se la storia dovesse ripetersi saremmo vicini ad una ripresa del trend ribassista. Questa è una delle tantissime ragioni che mi vede venditore di azioni Usa se l'indice azionario americano dovesse arrivare in zona 1350-1370. Questo con la finalità di ridimensionare l'investito azionario ed il rischio del mio portafoglio.

domenica 22 gennaio 2012

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Crash Confidence Index

Uno degli indicatori che tengo sotto controllo abitualmente è quello che vi presento nel chart qui sotto; viene elaborato dalla Yale School of Management ed è un indicatore di sentiment composito molto importante; più basso è e tanto meno sono quelli (investitori istituzionali e privati) che non si aspettano un crollo dei corsi azionari; come la maggior parte degli indicatori di sentiment funge da indicatore contrarian nel senso che quando è molto alto c'è troppa compiacenza nei confronti delle azioni mentre quando è molto basso c'è troppa paura nell'acquistare azioni. Ebbene i livelli raggiunti da questo indicatore sono incoraggianti e lasciano ben sperare per i rendimenti della classe azionaria nei prossimi mesi.

venerdì 6 gennaio 2012

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Outlook 2012: cosa ci attende?

Ed ecco alcuni punti salienti espressi nell'ambito di conf call che ho ascoltato ieri mattina:

Nomura: l'equity strategy team vede una crescita degli eps americani del 6% (a 103 $); per fine 2012 il tasso dei treasury decennali Usa dovrebbe essere al 2.25%; la crescita del Gdp dovrebbe attestarsi sul 2.5% per quest'anno con un'inflazione in salita dall'1.2% all'1.6%. Il target di fine anno dello S&P500 è 1400.

Cumberland Advisors: la politica monetaria della Fed dovrebbe essere di supporto per tutto il 2012; l'eps delle azioni Usa dovrebbe attestarsi sui 100 $; i profitti delle corporate Usa rappresentano una fetta molto importante del Pil statunitense e non si vedono elementi per pensare altrimenti visto che gli elevati livelli di disoccupazione tengono basso il costo del lavoro, l'inflazione è moderata e il costo del denaro è estremamente basso. Il target di fine 2012 per lo S&P500 è 1350-1400.

mercoledì 4 gennaio 2012

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Outlook 2012: cosa ci attende?

Finite le vacanze eccomi di nuovo ai posti di combattimento pronto per un nuovo anno denso di incognite; ho iniziato una serie di conf call con le principali case di investimento internazionali e colgo l'occasione per riportarvi il loro outlook 2012; vediamo le prime due che ho avuto modo di ascoltare questa mattina:
Bank of America: gli strategist prevedono una crescita globale modesta nel 2012; la soluzione dei problemi dell'area euro passa per una modifica dei trattati che sorreggono la moneta unica, mentre l'EFSF così come è stato concepito non è destinato a produrre effetti risolutivi; infine l'euro dollaro che, per la fine del 2012 è visto tornare a 1.40.
Goldman Sachs: la recessione dovrebbe colpire in modo diverso i paesi dell'area euro e dovrebbe essere più acuta nei paesi periferici; l'azionario è visto cedente nella prima parte del 2012 e poi successivamente in recupero nella seconda parte dell'anno sino ai livelli di inizio 2012. Per la crisi della zona euro la politica rappresenta la variabile più importante che potrebbe dare una svolta positiva; infine l'euro dollaro che è visto a 1.40 per la fine del 2012.
Per il momento è tutto.

mercoledì 9 novembre 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Economia di guerra

Lavoro oramai da qualche lustro sui mercati finanziari e posso affermare che questo inizio di novembre è stato uno dei periodi più brutti che abbia mai vissuto come operatore, come investitore e, soprattutto, come italiano.

Gli asset italiani sono sotto attacco e questo fatto è chiaramente sotto gli occhi di tutti; ai confini dell’impero romano le orde barbariche stanno premendo per l’invasione. Si perché per chi non lo ha ancora capito siamo in guerra, un’economia di guerra; una guerra combattuta senza sparare un solo colpo di arma da fuoco ma pur sempre una guerra estremamente spietata. Il fronte è quello economico-finanziario, dei nostri risparmi, di denaro accumulato spesso con sacrifici e investito in titoli di stato italiani considerati sicuri.
Purtroppo, in un'economia di guerra di sicuro non c’è più nulla (a parte l'oro); dov’è lo strumento finanziario risk free? Dov’è il tasso privo di rischio della Teoria del Portafoglio di Markovitz che abbiamo studiato all’università? Non esiste più: è questa la dura realtà con cui noi investitori dobbiamo confrontarci.
In questa guerra, poi i nostri nemici sono dietro l’angolo come cecchini; si confondono con chi dovrebbe essere tuo alleato e invece rema contro pugnalandoti alle spalle. Come ad esempio la coppia Merkel-Sarkozy che, ammantando il loro agire con la scusa di difendere l’euro, ci stanno affossando perchè la verità è che pensano solamente all'interesse della propria parrocchietta. Che dire ad esempio dei nuovi parametri che le banche europee dovrebbero rispettare e dei capitali necessari? Mi sarei atteso che le banche messe peggio fossero quelle più piene di titoli greci (quindi le banche francesi e tedesche) e che pertanto, fossero loro a necessitare di maggiori capitali; e invece no; l’accoppiata Merkel-Sarkozy è riuscita a far passare il principio che impone un maggiore approvvigionamento di capitale fresco proprio alle banche italiane.
Non è un rompicapo ma lo sembra: ci sono quattro banche italiane, valgono 22 miliardi in totale ed entro sette mesi devono trovarne altri 14,77 se non vogliono finire in braccia indesiderate (in ordine decrescente di chance la mano pubblica, il fondo Efsf, un concorrente). Entro giugno 2012 l’enigma va risolto, perché l’Eba, in combutta con le lobby creditizie francesi e tedesche, ha stabilito le nuove misure di rafforzamento patrimoniale penalizzando fortemente gli istituti italiani più tradizionali; e cosa dire di Christine Lagarde, che si permette di parlare di mancanza di credibilità dell’Italia, che è senz’altro un affermazione vera, ma che detta dalla Lagarde suona paradossale. Evidentemente ha ancora qualche difficoltà a dismettere i suoi recenti panni di ministro economico di un Paese che sotto la sua guida ha accumulato un deficit doppio di quello italiano, con le banche francesi che si riempivano di titoli pubblici altrui, greci soprattutto.
Per aiutarla a essere più prudente nei suoi giudizi le consiglio di dare un’occhiata ad alcuni dati: per il 2010 il rapporto deficit/Pil dell’Italia è stato del 4,6%, quello della Francia è stato invece del 7,1%. Tra il 2008 e il 2010 in Italia il rapporto debito/pil è inoltre cresciuto di 12,7 punti percentuali, contro i 14 della Francia.
Cosa dire poi della nostra classe dirigente?! Sono convinto che la maggior parte di questa gente (politici in testa) verrà spazzata via da questa tempesta sia essa al governo o all’opposizione perché si sta rivelando totalmente incapace di gestire questa grave situazione. I partiti poi, sono impegnati a difendere il proprio consenso elettorale invece di salvaguardare gli interessi del paese a cui appartengono.
Mentre la curva dei rendimenti dei titoli di stato italiani si inverte (detto in soldoni, un titolo a breve scadenza rende di più di un titolo a lunga scadenza) i politici italiani si azzuffano nelle varie trasmissioni televisive incolpandosi a vicenda della crisi economica; a questa situazione, dal mio punto di vista c’è solo una risposta: un governo tecnico che metta i conti al sicuro della zattera italiana dando subito corso alle riforme lacrime e sangue e che definisca una nuova legge elettorale. Solo un governo tecnico potrà avere la capacità di ragionare "fuori dagli schemi" lobbystici dei partiti tradizionali affrontando alla radice i problemi economici più urgenti. Nella situazione di queste ore il tempo diventa la variabile principale di cui tener conto; non ci sono se o non ci sono ma. Gli investitori italiani hanno bisogno di fatti e immediatamente per mettere al sicuro i propri risparmi.
La spirale del debito italiano si sorregge su tre elementi: tassi di interesse di mercato, tasso di crescita nominale e avanzo primario; ebbene per mantenere un rapporto debito/pil stabile (al 120%) a questi livelli di tasso di mercato (7.5%) occorrerebbe una crescita dell’avanzo primario del 6% ma questo ipotizzando una crescita ottimistica del 2.5%; se invece ipotizzassimo una crescita nulla (come è piu probabile in un contesto di forte rallentamento come quello attuale) sarebbe necessario un avanzo primario del 9% solo per mantenere il rapporto debito pil stabile al 120%. Queste due ipotesi sono visibili nei due grafici che vi allego.



Se poi aggiungiamo le considerazioni che tutte le casse di compensazione e garanzia stanno aumentando i margini sui titoli di stato italiani e che sull’interbancario un amico tesoriere stamattina mi confermava una situazione che si trascina da settimane e cioè che le banche non si prestano più denaro tra loro perché non si fidano l’una dell’altra, allora il quadro è davvero quello di un'economia di guerra!
E la Bce? Beh devo dire che l'avvento di Draghi ha smosso qualcosa; tuttavia non basta un taglio dei tassi ma è indispensabile che draghi annunci al mercato che la Bce è pronta ad un QE in stile Usa, proponendosi ad acquistare in modo ILLIMITATO il debito dei Paesi in difficoltà.
E ovviamente in un contesto in cui la Banca Centrale gonfia il proprio bilancio con l'acquisto di titoli l'unico re degli investimenti è e rimane il metallo giallo come si vede dal seguente grafico.


Per il momento è tutto; da Radio Londra passo e chiudo.

sabato 22 ottobre 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Il dilemma della recessione

Leggendo quà e là vedo che il dibattito tra sostenitori della recessione imminente delle economie occidentali e sostenitori del soft landing non accenna ad esaurirsi. Lavorando da tanti anni nell'ambito dei mercati finanziari in qualità di portfolio manager non sono stupito nel leggere certe affermazioni nette; mi riferisco ad esempio a quella del capo dell'ECRI che solo alcuni giorni fa ha ribadito che, stando ai dati in possesso del suo istituto di ricerca, la recessione in Usa è praticamente certa. Per quella che è la mia esperienza diretta posso dirvi che nessuno ha la verità in tasca e pertanto nessuno potrà mai affermare con assoluta certezza che una recessione economica sia imminente. Per quello che mi riguarda, personalmente mi baso su dati oggettivi rappresentati dagli indicatori anticipatori e coincident dei cicli economici e dal comportamento intermarket di una molteplicità di variabili di mercato (materie prime, tassi di mercato, pendenze delle curve dei rendimenti, etc.)
In questo post voglio soffermarmi con Voi su alcune importanti considerazioni; vediamole nell'ordine, tanto per cercare di essere il più chiari possibile anche nei confronti di chi (e sono tanti i lettori del blog) mastica poco la materia economico finanziaria.
1) Tanti indicatori anticipatori del ciclo economico ci stanno segnalando la possibilità di un brusco rallentamento delle economie occidentali (Usa e area Euro in primis);
2) Molti indicatori intermarket ritardati (cioè che manifestano un segnale di conferma della negatività in essere dell'economia e dei mercati azionari) stanno fornendo brutti segnali; mi riferisco in particolare al rapporto (forza relativa) tra prezzi del rame e prezzi dell'oro, piuttosto che al recente andamento dell'argento;
3) Gli indicatori macroeconomici coincident che usualmente guardo non hanno ancora fornito il segnale che stiamo entrando in recessione.
Tirando le somme di questa brevissima chiacchierata sono ancora dell'opinione che l'economia Usa è in una fase di rallentamento e di crescita al di sotto del potenziale ma non è in una fase di imminente recessione.
Quali sono le conseguenze per le nostre scelte di investimento?!
Le stesse che ho già ribadito nel post precedente (leggetelo se non lo avete già fatto); se nella settimana entrante dovessero giungere buone notizie riguardanti il salvataggio delle banche europee (attraverso operazioni di ricapitalizzazione del sistema) o riguardo i Paesi più fragili dell'area Euro, potrebbe partire un mini rally che personalmente considero di breve durata (da qualche giorno a qualche settimana). Tutto ciò non muterebbe lo scenario di fondo che si sostiene ancora su basi estremamente fragili a causa, principalmente, del gravoso processo di deleveraging del sistema economico-finanziario che è ben lungi dall'essere terminato.
A breve farò uscire un nuovo numero della Financial Markets LAB Newsletter, tempo permettendo.
Stay tuned

lunedì 11 luglio 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Update sulla mia view di mercato

Gli ultimi segnali provenienti dai mercati finanziari debbono indurre ad un attegiamento di estrema cautela nel momento in cui investiamo i nostri soldi. Ho l'impressione che i problemi che stanno riemergendo non sono solo legati alla crisi europea e all'attacco delle locuste al nostro Belpaese. I dati sull'occupazione Usa hanno parlato chiaro: con questi ritmi di crescita l'economia più importante del mondo non è in grado di creare nuovi posti di lavoro sufficienti per abbassare il tasso di disoccupazione; non solo: l'immane mole del debito Usa continua a pesare sulle prospettive di crescita future. Per il momento l'area che sto monitorando sull'indice S&P500 ha tenuto (1250) ma nel caso di una violazione ribassista con chiusura settimanale di tale livello abbasserò drasticamente le mie posizioni sull'azionario. Raccomando estrema selettività nell'acquisto di azioni europee privilegiando temi difensivi; per il momento sto lontano dal settore finanziario mentre proprio oggi ho iniziato ad acquistare Btp a due/tre anni che offrono un rendimento interessante. L'oro rappresenta ancora una copertura efficace contro eventuali rischi sistemici e risulta essere in assoluto la valuta (si avete capito bene, la valuta e non la materia prima!) più forte. Al momento titoli corporate, high yield e obbligazioni di paesi emergenti non sembrano destare preoccupazioni.
Stay tuned!

domenica 3 luglio 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Quando la polvere viene nascosta sotto al tappeto

I Governi Occidentali stanno continuando la battaglia di riduzione dei debiti accumulati e causati da modelli di crescita economica non sostenibili; Le autorità europee stanno delineando piani di salvataggio della Grecia. Così come quando si fanno le pulizie in casa, si sta cercando di sbarazzarsi della polvere accumulatasi un po’ dappertutto. L’impressione che ne sto ricavando, tuttavia, non è positiva e l’ultimo esempio giunge dalla manovra economica che il Governo italiano vuole varare; non voglio addentrarmi nei dettagli della manovra da 40 miliardi architettata da Tremonti; dico solo che i problemi si stanno nascondendo, un po’ come si nasconde la polvere sotto al tappeto per evitare la fatica di doverla rimuovere e la stessa cosa si sta facendo in Usa (pensate che entro i primi di agosto devono innalzare il tetto massimo del debito consentito!) o nei tentativi di salvataggio della Grecia. Il problema fondamentale, tuttavia, risiede non tanto nella mancanza di volontà da parte dei Governi o delle Autorità economiche, quanto della mancanza di una sufficiente crescita economica da cui attingere risorse per permettere di assestare una decisa sforbiciata ai debiti pubblici.

Come investitore, il mio scenario centrale rimane sempre quello del Bear Market Secolare: una lunga fase economica caratterizzata da crescita al di sotto del potenziale, shock esterni (il caso Grecia è solo l’ultimo) e alta volatilità degli investimenti a rischio (azioni e materie prime in primis).
Tuttavia, nel breve termine, come vi avevo segnalato, sono compratore delle debolezze sia delle piazze azionarie che delle materie prime perché ritengo che il Bull Market Ciclico non sia terminato proprio grazie al fatto che le autorità sono maestre nel "nascondere la polvere" proprio come piace ai miopi mercati finanziari.
Tanti indicatori che abitualmente tengo monitorati sono in forte eccesso già da alcune settimane; cito, ad esempio, il rapporto tra azioni e obbligazioni e gli economic surprise index calcolati da Citigroup.
Inoltre, nel momento in cui scrivo i livelli di supporto sullo S&P500 (area 1250) hanno retto egregiamente e diversi indicatori di ampiezza del mercato mi stanno segnalando un lento ritorno dell’avversione al rischio da parte degli investitori. Probabilmente, nel breve termine, nascondere la polvere sotto al tappeto abbellisce la casa, almeno sino a quando qualcuno non ci inciampa, scoprendo cosa nasconde sotto…

domenica 12 giugno 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Ecco perchè siamo in un Bear Market Secolare

Diversi amici lettori del blog rimangono disorientati quando nei miei post o nella Financial Markets LAB Newsletter parlo di Bear Market Secolare o di Bull Market Ciclici. Proviamo allora ad usare un grafico per far comprendere meglio ai lettori cosa intendo. A questo proposito vi ho allegato un chart che mostra i corsi dello S&P500 depurati dall'effetto inflazione. Guardate cosa è successo dal 2000 ad oggi. L'indice Usa ha fatto un massimo a 1527.46 nel 2000 poi è sceso a 800.58 nel 2002; quindi ha fatto un massimo (ma inferiore a quello del 2000!) a 1561.80 nel 2007 per poi scendere nuovamente a 683.38 (nuovo minimo più basso di quello del 2002!) nel 2009. Da li è ripartito il rialzo sino ai livelli dei nostri giorni. Ebbene, l'indice S&P500 dal 2000 ad oggi continua a segnare massimi decrescenti e minimi decrescenti (individuati dal canale ribassista in rosso): questa è la rappresentazione grafica del Bear Market Secolare. Nell'ambito di questa fase i periodi 2002-2007 e 2009-2011 rappresentano i Bull market Ciclici.


venerdì 10 giugno 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - The same old story

Sui mercati finanziari si sta ripetendo per l'ennesima volta un film già visto: le banche centrali inondano di liquidità il sistema stampando moneta in modo indiscriminato e con l'illusione di dare un contributo alla crescita economica; il denaro invece che confluire verso il sistema produttivo si riversa sugli strumenti finanziari che più appagano l'appetito per il rischio e la fame speculativa degli investitori; i prezzi delle attività finanziarie vanno verso livelli stellari che non trovano un riscontro nei valori reali; sale tutto: azioni, materie prime, titoli corporate, obbligazioni dei mercati emergenti; improvvisamente le banche centrali tolgono il sostegno della liquidità perchè si rendono conto di avere esagerato; gli operatori cominciano a delineare scenari di aumento del costo del denaro e prendono coscienza degli eccessi sui prezzi delle attività finanziarie; la bolla scoppia e il cosidetto "parco buoi" rimane con il cerino in mano. Questa in estrema sintesi è anche la storia del bull market ciclico che stiamo vivendo da marzo 2009. The same old story.
Il rimbalzo partito poco più di due anni fa allora è finito? Non credo, ma i livelli che avevano raggiunto gli indici azionari alcune settimane fa avrebbero dovuto indurci ad una maggiore cautela (come peraltro avevo segnalato qui sul blog e nella mia Newsletter). E ora cosa attendersi? E' la domanda che tutti voi mi state ponendo nelle mail che mi inoltrate. Beh sicuramente il contesto è estremamente fragile ed incerto: la ripresa economica stenta, il mercato del lavoro nei paesi occidentali è asfittico, il mercato immobiliare Usa è in crisi perenne, il polmone Cinese mostra qualche segnale di affanno e gli indicatori anticipatori del ciclo economico ci stanno segnalando una battuta di arresto. Ad aggravare la situazione ci si mette pure la Fed che stacca la spina con la fine del QE2. Cosa dire poi del livello di indebitamento raggiunto dagli investitori; guardate il Nyse Margin Debt (thanks to DS Short) che sta mostrando segnali di cedimento e soprattutto guardate che stretta correlazione c'è con l'andamento dei mercati azionari (il confronto è proprio con la borsa Usa). Mi chiedo: cosa succederà se la Fed (come effettivamente sembra voglia fare) deciderà di non continuare a fornire liquidità al sistema? Beh mi aspetto un crollo del Nyse margin debt in concomitanza con una discesa ulteriore dei corsi azionari.


E la Bce? Beh la scellerata banca centrale europea ha fatto intendere chiaramente nel suo ultimo statement che a luglio i tassi ufficiali verranno ritoccati al rialzo.
Dunque le banche centrali fanno (costruiscono bolle) e disfanno (danno il loro contributo a farle esplodere) e tra il fare ed il disfare non c'è nulla (o quasi) che vada nella direzione di favorire una crescita economica sana.
Riepilogando:
1) la droga della liquidità sta venendo meno e tra un po' il paziente si risveglierà pieno di dolori e acciacchi;
2) in area 1250-1260 l'indice S&P500 dovrebbe trovare un supporto tecnico importante che potrebbe arginare momentaneamente la correzione in atto;
3) le possibilità per un nuovo guizzo rialzista delle borse sono legate a filo doppio ai segnali provenienti dagli indicatori anticipatori del ciclo: un nuovo allungo di questi ultimi ci segnalerebbe che nonostante tutti i problemi il bull market ciclico avrebbe ancora qualche mese di vita e questa rimane l'ipotesi che, nonostante tutto, mi convince di più. Proprio per questo in zona 1250/1260 imposterò acquisti tattici protetti da un rigido stop loss.
Stay tuned...

giovedì 17 marzo 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Le conseguenze economiche e finanziarie della tragedia giapponese

Con questo post voglio anch’io dare la mia opinione sull’impatto economico e finanziario che Il terremoto e lo tsunami giapponese potranno avere; ovviamente quello che dirò si riferisce ad una situazione che è ancora in divenire e, pertanto, diversi numeri o stime potranno già essere superati anche solo tra qualche settimana; in ogni caso i dati di cui parlerò sono importanti perché ci danno un ordine di grandezza della portata economica degli eventi giapponesi. Per cominciare, voglio ribadire la mia solidarietà ed il mio cordoglio a tutti i giapponesi che sono stati colpiti da questa tragedia.
Fatta questa doverosa premessa, proviamo ad addentrarci nei freddi numeri, calcoli e questioni economico-finanziarie di questo cataclisma, vista anche la pessima reazione che i mercati finanziari stanno avendo negli ultimi giorni. Cercherò di procedere per punti, con la finalità di rendervi più chiare le questioni che affronterò.
1) Per cominciare, il disastro provocato dal terremoto, si inserisce in una fase delicata per l’economia giapponese perché era prevista una nuova accelerazione della crescita economica nipponica, grazie al recupero delle attività globali nel corso di quest'anno. A questo punto, credo che, anche se la congiuntura esterna si manterrà favorevole, il dissesto interno non potrà fare altro che rallentare la crescita del Giappone. Sembra che l’area interessata dal terremoto sia piuttosto ampia perchè include 6 prefetture e ha una forte presenza di industrie, pari a circa il 6% del totale del paese. L’effetto globale in termini di calo della produzione, rallentamento dei traffici commerciali, dei flussi turistici e calo dei consumi, potrebbe essere davvero significativo. L’impatto sul PIL, che è stimato da diverse case di investimento tra lo 0,3% - 1,3% (un range molto ampio che evidenzia ancora la fase di incertezza) si potrebbe trasferire anche in attese di minore crescita globale (stando ad esempio alle ultime stime di JPMorgan Chase pre-terremoto, il Giappone aveva una crescita stimata dell’1,7%, mentre quella globale si attesta nell’ordine del 3,4%). A livello di numeri, Goldman Sachs, ad esempio, ha stimato il costo complessivo dei danni agli edifici e alle strutture produttive in circa 198 miliardi di dollari.
2) Nel primo giorno di negoziazioni dopo i tragici eventi dello scorso venerdì, il listino azionario giapponese (in base all’indice Topix) ha ceduto lunedì il 7,5%, seguito il giorno successivo da un’ulteriore perdita del 10% a causa delle preoccupazioni concernenti gli impianti nucleari danneggiati dallo tsunami. Il settore finanziario, quello del petrolio e del carbone e i servizi di pubblica utilità in ambito elettrico hanno subito le flessioni maggiori. Anche i principali settori all’esportazione hanno subito gravi perdite. Ovviamente, le maggiori preoccupazioni sono legate al nucleare. Tokyo Electric Power, la società che controlla la centrale nucleare di Fukushima ha ceduto qualcosa come il 40% a causa di timori di forti ripercussioni sugli impianti. Si sono verificate diverse esplosioni negli ultimi giorni e la situazione è poco chiara in termini di danni ed effetti radioattivi. Altri impianti hanno ridotto precauzionalmente l’operatività. La situazione di incertezza sta penalizzando tutti i produttori di energia del paese, direttamente o meno coinvolti nel nucleare, ma anche del mondo. Il terremoto dell’11 marzo 2011 è stato uno dei più forti con una magnitudo di 8,9, una delle più elevate dal 1990. Al momento, non ci sono sufficienti elementi per capire i danni all’impianto nucleare di Fukushima, tuttavia le notizie stanno via via peggiorando. Questo episodio potrebbe indurre un ripensamento globale sul tema del nucleare, mentre sembrano favoriti i produttori di energie rinnovabili. La cessata o minore produzione di componenti molto specialistici del settore tecnologico potrà rallentare la produzione di altri player globali (Dell, HP, Apple, etc.). Per contro, ciò potrebbe determinare un effetto di trasferimento di produzione in altri paesi come Taiwan e Corea. Alcune aziende coreane hanno già detto di avere scorte per far fronte ad eventuali effetti di scarsità. Taiwan potrebbe intervenire per fornire tecnologia e componenti ai produttori di tablet/smartphone. Anche in questo caso gli effetti positivi non sono immediati ma potranno comportare qualche tempo per la messa a punto di nuove linee di produzione e per l’approvazione dei nuovi componenti. Non bisogna poi dimenticare che Giappone, Taiwan e Corea sono diretti concorrenti in molti settori come raffinazione, chimica, auto e acciaio. Il calo della produzione di questi settori in Giappone potrà favorire proprio i paesi asiatici concorrenti. Anche il settore finanziario potrebbe soffrire: a) le banche giapponesi potranno risentire del calo dell’attività economica, del credito e per le perdite su crediti; b) le assicurazioni per l’aumento delle richieste di rimborso. Le assicurazioni di paesi come Germania e Regno Unito potranno anche subire forti ripercussioni. Per contro sono viste positivamente le banche cinesi che sono poco aperte al contesto internazionale e i cui EPS dipendono fortemente dall’economia domestica. Anche l’India è relativamente poco esposta al Giappone e potrebbe beneficiare delle difficoltà del paese asiatico.
3) Nonostante tutto, la storia ci insegna che il tempo cura le ferite generate dagli eventi più drammatici; devo riconoscere che, rispetto a situazioni precedenti di disastro, le autorità giapponesi hanno reagito rapidamente per alleviare gli effetti avversi prodotti dal terremoto sul fronte economico e finanziario. Lunedi la Banca del Giappone ha immesso la cifra record di 15.000 miliardi di yen nei mercati monetari e ha raddoppiato le dimensioni del suo programma di acquisto di asset portando la cifra a 10.000 miliardi di yen, per un totale di 40.000 miliardi di yen, nel tentativo di stabilizzare il sistema finanziario.
4) Per fare qualche considerazione in più sugli effetti attesi possiamo analizzare cosa è accaduto all’economia e ai mercati in occasione del terremoto del gennaio 1995 che interessò le aree di Osaka e Kobe. La rilevanza economica di Osaka e Kobe fu superiore, con un impatto sul PIL di circa il 6% e una popolazione di circa 14,5 milioni di persone. L’attuale episodio interessa, tra gli altri, i distretti di Miyagi, Fukushima e Sendai, meno rilevanti dal punto di vista del contributo al PIL (3,5%) e della popolazione (circa 4,5 milioni), tuttavia l’area è molto vasta ed è importante in termini di presenza produttiva energetica e non. Anche se i due episodi non sono del tutto paragonabili e le fasi del ciclo economico differiscono, vale la pena ricordare cosa accadde nel
1995. I principali effetti furono: forte calo dell’indice mensile e della produzione, calo di Export/Import e forte apprezzamento dello yen, deterioramento della propensione al consumo, con calo dei consumi soprattutto discrezionali, e forte recupero di consumi di beni durevoli nei mesi successivi. Nel 1995 l’indice Topix è sceso per tutto il primo semestre (- 26%), ma poi è rimbalzato fortemente nell’anno successivo raggiungendo il massimo a fine giugno 1996 (+55% dai minimi di un anno prima). Le forti interrelazioni dell’economia di oggi rispetto al 1995, rendono l’effetto contagio globale dell’episodio attuale più preoccupante. Si teme che questo evento, unito ad altre situazioni che stanno condizionando il contesto, come la crisi del Medio Oriente e il rialzo del prezzo del petrolio, e la perdurante debolezza dell’area Euro, siano una miscela di eventi sfavorevoli tale da frenare la fase positiva del ciclo economico in corso. In confronto al passato recente, le valutazioni di mercato sono decisamente più favorevoli. Attualmente, le negoziazioni sul TOPIX avvengono con un rapporto prezzo/valore di libro pari a 1,0x con molte società di fatto inferiori al valore di libro. Inoltre, il rapporto prezzo/utili stimato per l’indice TOPIX si attesta sul 13-14x circa, rispetto ad una media a 20 anni di oltre 30x.
5) Come è avvenuto nel caso precedente del terremoto del 1995, l’effetto sul ciclo economico giapponese di medio-lungo termine potrebbe essere favorevole grazie ai piani di ricostruzione e alla ripresa di investimenti pubblici e privati. Analogamente a quanto si è verificato nel 1996, nel 2012 ci si attende una ripresa della propensione ai consumi, della produzione industriale e degli investimenti. Ma in base a quanto sta emergendo, l’orizzonte della ripresa potrebbe essere anche più lontano.
6) La sfavorevole posizione fiscale del Giappone, in termini di elevato livello di debito costituisce un limite all’espansione della spesa pubblica e degli investimenti infrastrutturali che saranno necessari per la ricostruzione. Il Giappone ha un debito/PIL superiore al 230% e un deficit/PIL di circa il 10%. Per contro si rileva una forte propensione al risparmio delle famiglie, che è una delle più alte al mondo, anche se in calo negli ultimi anni.
7) In area Euro gli eventi nipponici potrebbero rappresentare un deciso freno alle intenzioni della BCE di voler rialzare i tassi fin dal prossimo aprile, a meno che Trichet oltre che di erostratismo non soffra anche di masochismo.
Chiudo ringraziando il blog FINANZA MONITOR (www.finanzamonitor.blogspot.com) che ha pubblicato questo post.

giovedì 10 marzo 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - L'inconsistenza della politica monetaria della BCE

L'ultimo numero della mia Newsletter ha scatenato il Vostro interesse e, come spesso accade negli ultimi tempi, avete riempito di mail la mia casella di posta elettronica con domande, richieste di supporto e spiegazioni che difficilmente riuscirò ad esaudire. Voglio però tornare sull'argomento e approfittare per fornirvi qualche ulteriore dettaglio che spiega la mia attuale posizione molto critica nei confronti dell'operato di Trichet & CO.
Come sapete, la notizia degli ultimi giorni è che la BCE ha, di fatto, preannunciato un rialzo dei tassi di interesse, lasciando la stragrande maggioranza degli investitori (compreso il sottoscritto) senza parole. Nella Newsletter ho fatto un parallelo con il 2008 quando nel mese di luglio la BCE mosse al rialzo i tassi, per poi rendersi conto dell'enorme errore compiuto solo poco tempo dopo. Vi ho evidenziato che, rispetto ad allora, ci sono alcune differenze dovute ad un diverso contesto di crescita economica in cui ci troviamo oggi. In questo post voglio portarvi altri spunti di riflessione e commentare insieme a voi qualche numero.
Partiamo dal leverage: i miei lettori storici sanno quello che vado sostenendo da quando il blog è nato e cioè che gli anni che stiamo vivendo attualmente sono di "digestione" degli eccessi che il mondo sviluppato aveva ingurgitato sino al 2000 (scoppio della bolla tecnologica). In questo sboom il motore principale è deflazionistico e non inflazionistico come vuole farci credere la BCE nella sua battaglia sconclusionata contro fantomatici mulini a vento. Nel contesto di crisi economica e finanziaria che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni i prezzi dei beni e dei servizi sono stati mantenuti schiacciati verso il basso. A questo proposito ha contribuito anche il fenomeno di delocalizzazione della produzione attuato dai Paesi occidentali verso le economie emergenti.
In secondo luogo, in un contesto di sboom le aziende e le famiglie devono smaltire la "sbornia" da eccesso di debito e, effettivamente, questo processo è in corso. Il problema però è che in area Euro l'eccesso di leverage si annida proprio nei Paesi periferici (Irlanda, Portogallo e Spagna) come si vede dal primo grafico che Vi allego.



Allora, i Paesi più vulnerabili sono quelli che hanno usato di più l'effetto leva per indebitarsi; cosa provocherebbe a questi Paesi un rialzo dei tassi? La risposta è scontata; proprio recentemente, tra l'altro, il ministro del Tesoro portoghese ha sollecitato le Autorità europee ad intervenire al più presto per rafforzare i meccanismi di salvataggio poichè i tassi di interesse che il Portogallo sta pagando ai creditori che detengono il suo debito non potranno essere pagati per un periodo di tempo prolungato. Ovviamente l'orientamento espresso da Trichet riguardo un possibile rialzo dei tassi in aprile sta continuando a muovere al rialzo i tassi di mercato. Quindi tutti coloro i quali dicono che la mossa era già scontata dal mercato dicono una sciocchezza. Trichet ha dato benzina al motore, del rialzo dei tassi sui mercati obbligazionari, già acceso da alcuni mesi, grazie ai segnali di ripresa dell'economia.
E veniamo ad un secondo punto: qual'è il giusto tasso di riferimento in area Euro? Nella mia Newsletter ho segnalato come, considerando l'area Euro nel suo complesso, il tasso di riferimento dovrebbe essere più basso (allo 0.20%-0.25%) secondo quanto suggerisce un'importante teoria, cioè la Taylor Rule. Se poi consideriamo i Paesi evidenziando i periferici (Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo) rispetto alla Germania, dal grafico in basso si vede come nei primi il tasso di riferimento dovrebbe essere a
-4.6% (cioè addirittura negativo!), mentre in Germania dovrebbe essere al 4.5%! Pazzesco no?!



Com'è possibile in una situazione di estrema eterogeneità, come quella attuale, pretendere di condurre una politica monetaria comune?! E poi con la prosopopea di "Erostrato Trichet" che vede solo la Core inflation come l'unico dei mali del Vecchio Continente. Ragazzi questa è roba vecchia, vetusta come il 99% dei politici che ci ritroviamo in Italia! Ma dalla BCE si "tuona" che "le banche centrali in giro per il mondo si muoveranno in modo coordinato per sconfiggere il serpente, il male dell'inflazione". Sicuro! Infatti la Bank of England ha appena deciso di non toccare i tassi di interesse nonostante la break-even inflation sia intorno al 4%, così come aveva fatto a giugno del 2009 quando c'era stato un altro allungo della break-even inflation al 4.5% ma, in modo lungimirante, non si è fatta prendere la mano come sta facendo la BCE (per il momento solo con dichiarazioni hawkish).



Cosa dire infine dell'ultimo grafico che vi propongo?



Proprio nei Paesi più vulnerabili la maggior parte delle persone (settore privato) ha aperto mutui a tasso variabile e un rialzo dei tassi provocherebbe un aumento della rata da pagare; di fatto l'effetto già lo si vede perchè i tassi di mercato stanno già salendo ma, gli annunci della BCE non fanno che peggiorare ulteriormente la situazione.
Concludendo, la politica monetaria della BCE così come viene condotta serve a poco e gli annunci dei suoi esponenti sono quanto di più deleterio ci si possa augurare per il delicato scenario congiunturale che stiamo vivendo.

mercoledì 2 marzo 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Analisi tecnica dell'indice HUI

In questo breve post voglio analizzare l'indice HUI che sintetizza, da un lato, l'andamento delle principali azioni aurifere e, dall'altro, rappresenta anche un importante indicatore a livello di analisi intermarket perchè permette di capire i legami tra gli andamenti delle diverse classi di attivo (azioni, obbligazioni, materie prime). Questo indice azionario ha egregiamente anticipato, ad esempio, la ripartenza del bull market nel mondo azionario visto che ha fatto un importantissimo minimo alcuni mesi prima di quello fatto segnare dalle borse mondiali nel marzo del 2009 prima di inanellare una poderosa salita tutt'ora in corso.
All'inizio del 2011 abbiamo assistito ad una forte rotazione settoriale, di stili e di capitalizzazioni e anche l'indice Hui aveva fornito segnali di debolezza che stavano mettendo in discussione il trend di medio-lungo periodo.
Queste indicazioni, al momento, paiono del tutto rientrate e, come si vede dal grafico che vi allego, sembra che la tendenza primaria al rialzo sia stata pienamente ristabilita, tranquillizzandoci anche sul versante azionario nel complesso. In altre parole, se l'indice Hui non ha ancora invertito la tendenza, non ci ha ancora evidenziato la possibilità che l'azionario globale possa aver concluso al rialzo il bull market ciclico. Voglio tuttavia accendere nella mente degli amici lettori una lampadina rossa di allerta proprio proponendovi la visione del grafico in questione ed evidenziando come i corsi, nel momento in cui scrivo, sembrano davvero tirati al rialzo. Per quanto tempo ancora potrà durare la salita e la tenuta della tendenza di lungo termine? Un mese, tre mesi o quanto ancora?! Io credo proprio che si tratti di una questione di qualche mese, ipotizzando che, molto probabilmente, avremo una seconda parte dell'anno da vivere in difesa per quanto riguarda i mercati azionari; la correzione attuale invece, causata dalla crisi libica, mi sembra rappresenti ancora una occasione di acquisto di rischio azionario.

lunedì 21 febbraio 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - In uscita un nuovo numero della Financial Markets LAB Newsletter

Eccola la Financial Markets LAB Newsletter! Questa volta Vi racconto una storia fatta di un mio lontano ricordo e della visione di un grande perma bull che si è rifatto vivo dopo diversi anni di latitanza.....Ralph Acampora. Stay tuned

domenica 20 febbraio 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Ciclo economico e Azionario: un interessante confronto

Leggendo i giornali uno dei paralleli di cui si parla maggiormente è quello tra andamento dell'economia e performance delle borse. Se l'economia va bene, scrivono i giornalisti, le borse vanno bene: FALSO! Purtroppo il binomio non è inscindibile e le considerazioni fatte dai giornali riguardo borse ed economia, in molti casi, sono fuori luogo e completamente fuorvianti per il piccolo investitore. In questo post vi mostro solo uno dei tantissimi esempi che potrei ripescare dal LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI; guardate il grafico in basso: mostra l'andamento dell'indice ISM dell'area europea e quello dell'indice Morgan Stanley Europe; il primo è una sintesi dell'andamento dell'economia del vecchio continente (un cosidetto indicatore anticipatore) e il secondo mostra l'andamento dei principali titoli azionari delle diverse piazze europee; ebbene, confrontando le due linee si vede molto chiaramente come nel precedente ciclo l'indice ISM fece il massimo a maggio del 2004 e poi iniziò una discesa, evidenziando un peggioramento delle condizioni economiche da maggio del 2004 in poi; l'indice azionario invece ha continuato a salire sino a giugno del 2007 quando poi si sono concretizzati i sintomi della crisi del credito; quindi dal 2004 al 2007 le borse hanno continuato il loro cammino rialzista in un contesto di indebolimento delle condizioni macroeconomiche. Tenendo presente che, al momento, gli indicatori anticipatori delle diverse aree geografiche, stanno ancora salendo, quando questi inizieranno a peggiorare, assisteremo ad un comportamento simile delle borse? se la storia si ripete.....

sabato 19 febbraio 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - I flussi verso i mercati emergenti



Il mese di gennaio ha visto una fortissima rotazione di temi di investimento sui mercati finanziari. Questa rotazione non si è fermata solo a livello settoriale ma ha anche interessato capitalizzazioni (large VS small caps) stili (value VS growth) e geografie (mercati core VS mercati emergenti).
Una delle delusioni di inizio 2011 sono stati proprio i mercati emergenti. Il riposizionamento dei portafogli internazionali si vede molto bene nel grafico in alto, che allego al post, che mostra un andamento negativo dei flussi finanziari proprio verso i mercati emergenti.
Siamo solo all'inizio o una rondine non fa primavera? Beh quest'anno uno dei tormentoni per gli investitori sarà l'inflazione e questo problema se si manifesterà concretamente lo farà proprio nei mercati emergenti che già stanno correndo ai ripari irrigidendo le politiche monetarie. Le conseguenza si avranno proprio sugli andamenti delle piazze azionarie di questi paesi che aumenteranno sensibilmente la volatilità. L'ago della bilancia sarà rappresentato dall'andamento dei prezzi delle commodity, in particolare quelli dei beni agricoli (che stanno continuando a salire in modo vertiginoso) e quelli del settore energetico (petrolio in primis). Dai miei indicatori emergono segnali di debolezza in termini relativi rispetto al mondo degli emergenti nel complesso, dell'aerea Latam e in particolare del Brasile.
Nell'area asiatica l'India mi sembra su livelli di eccesso e mi attendo debolezza per questo mercato, almeno nel breve termine (orizzonte di investimento di 1-3 mesi).

sabato 5 febbraio 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Petrolio e crescita economica

Gli eventi egiziani hanno riproposto nelle ultime settimane la questione petrolio. Circa due terzi delle riserve mondiali conosciute di oro nero sono in Medio Oriente e l'instabilità politica di quella regione è sempre risultata essere un fattore destabilizzante. Per il momento gli investitori stanno mantenendo alta la propria propensione al rischio continuando a sostenere la volata delle attività rischiose (azioni e materie prime) ma la situazione va attentamente monitorata. Guardando la storia passata (sempre la via maestra in ogni buona analisi che si rispetti!) si vede come i rialzi del prezzo del petrolio non fanno bene alla crescita economica e in diversi casi hanno provocato gravi crisi. Vi ho allegato un grafico molto esplicito che mostra proprio come, dopo rialzi marcati del prezzo del barile, si verificano ribaltamenti di fronte nella crescita (vedi le aree in grigio che evidenziano le recessioni). Basta poi aggiungere che una salita del 20% dei prezzi petroliferi toglie circa un punto percentuale alla crescita economica!



Ma paradossalmente l'oro nero ha proprio bisogno di prezzi elevati per risolvere alcuni problemi strutturali! Per circa 20 anni il settore petrolifero si è impoverito di competenze e mezzi a causa di bassi prezzi.
Se i prezzi rimarranno sostenuti questi potranno permettere un aumento dei margini nel settore della raffinazione, consentire una stabile ripresa del ciclo degli investimenti e contenere gli sprechi energetici; quanto sprecano i consumatori delle economie industrializzate?! Oggi ogni americano consuma circa 26 barili di petrolio l'anno, un europeo meno di 13 mentre un cinese solo 2! Grazie al prezzo della benzina che per molti anni è stato irrisorio in Usa (anche l'imposizione fiscale lo era!) nel 2004, ad esempio, quasi il 60% dei 17 milioni di auto vendute nel paese a stelle e striscie era costituito da Suv e Light Trucks. Per fortuna, grazie anche all'ultima crisi economica, questo processo sembra invertito....

lunedì 20 dicembre 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Incontro con Zulauf

Alcune settimane fa ho avuto il piacere di partecipare ad un incontro con Felix W. Zulauf, uno dei guru del mondo dei mercati finanziari. Vi riporto per sommi capi la sua visione, peraltro piuttosto pessimistica, che condivido in molti punti.
Innanzitutto, secondo questo strategist, è palese il dualismo in cui noi investitori ci troviamo ad operare: da un lato le economie dei paesi emergenti che hanno un basso debito, una popolazione giovane, crescite economiche robuste e, in molte situazioni, surplus di bilancio; dall'altro le economie dei paesi industrializzati, alle prese con elevati livelli di debito, bassa crescita economica, una popolazione sempre più vecchia e con molteplici problemi di welfare. I bassi livelli di crescita ostacoleranno, secondo Zulauf, la fuoriuscita dal pantano in cui ci troviamo noi occidentali; le nostre monete soffriranno e, in particolare, l'euro non sopravviverà; l'attesa è di valute dei mercati emergenti che sovraperformeranno le valute dei mercati occidentali (dollaro ed euro). I tassi a breve continueranno a rimanere estremamente bassi ancora per molto tempo a causa del perdurare di politiche monetarie fortemente espansive; i tassi a lungo termine invece si muoveranno all'interno di un trading range ampio e, probabilmente, i minimi li abbiamo già visti. Secondo Zulauf, gli indici azionari continueranno a muoversi nel range degli ultimi 10 anni e il bear market secolare durerà ancora alcuni anni.
Secondo lo strategist "While 2011 may see a friendly first half for equities with limited upside, I expect another cyclical correction thereafter into 2012".
Zulauf conclude esaltando ancora le potenzialità rialziste per l'oro che si trova in un bull market secolare dove le correzioni (sempre possibili) rappresentano ancora occasioni di acquisto.
Nel complesso un incontro interessante con uno dei pochi personaggi del mondo della finanza che ascolto ancora senza sbadigliare.