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domenica 1 gennaio 2012

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Il discorso di fine 2011 del Presidente della Repubblica

Dedico il primo post del mio blog al discorso di Giorgio Napolitano, che mi ha colpito per lucidità, contenuti e capacità di sintesi. Penso che il testo sia da leggere con attenzione e non sia da ascoltare nel bel mezzo di una festa di fine anno quando hai il bicchiere dello spumante in mano; per questo lo ripropongo qui in versione integrale.

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Palazzo del Quirinale, 31/12/2011
Buona sera e buon anno. E innanzitutto, grazie. E' un grazie che debbo a tanti di voi, a tanti italiani, uomini e donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese, per il calore con cui mi avete accolto ovunque mi sia recato per celebrare la nascita dell'Italia unita e i suoi 150 anni di vita. Grazie per la partecipazione sentita e significativa a quelle celebrazioni, per lo spirito di iniziativa che si è acceso nelle più diverse istituzioni e comunità, accompagnando uno straordinario risveglio di memoria storica e di mobilitazione civile, e portando le celebrazioni del Centocinquantenario a un successo, per quantità e qualità, superiore anche alle previsioni più ottimistiche.
Il mio è, in sostanza, un grazie per avermi trasmesso nuovi e più forti motivi di fiducia nel futuro dell'Italia. Che fa tutt'uno con fiducia in noi stessi, per quel che possiamo sprigionare e far valere dinanzi alle avversità : spirito di sacrificio e slancio innovativo, capacità di mettere a frutto le risorse e le riserve di un'economia avanzata, solida e vitale nonostante squilibri e punti deboli, di un capitale umano ricco di qualità e sottoutilizzato, di un'eredità culturale e di una creatività universalmente riconosciute.
Non mi nascondo, certo, che nell'animo di molti, la fiducia che ho sentito riaffiorare e crescere nel ricordo della nostra storia rischia di essere oscurata, in questo momento, da interrogativi angosciosi e da dubbi che possono tradursi in scoraggiamento e indurre al pessimismo. La radice di questi stati d'animo, anche aspramente polemici, è naturalmente nella crisi finanziaria ed economica in cui l'Italia si dibatte.
Ora, è un fatto che l'emergenza resta grave : è faticoso riguadagnare credibilità, dopo aver perduto pesantemente terreno ; i nostri Buoni del Tesoro - nonostante i segnali incoraggianti degli ultimi giorni - restano sotto attacco nei mercati finanziari ; il debito pubblico che abbiamo accumulato nei decenni pesa come un macigno e ci costa tassi di interesse pericolosamente alti. Lo sforzo di risanamento del bilancio, culminato nell'ultimo, così impegnativo decreto approvato giorni fa dal Parlamento, deve perciò essere portato avanti con rigore. Nessuna illusione possiamo farci a questo riguardo. Ma siamo convinti che i frutti non mancheranno. I sacrifici non risulteranno inutili. Specie se l'economia riprenderà a crescere : il che dipende da adeguate scelte politiche e imprenditoriali, come da comportamenti diffusi, improntati a laboriosità e dinamismo, capaci di produrre coesione sociale e nazionale.
Parlo dei sacrifici, guardando specialmente a chi ne soffre di più o ne ha più timore. Nessuno, oggi - nessun gruppo sociale - può sottrarsi all'impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell'Italia. Dobbiamo comprendere tutti che per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive.
Nella seconda metà del Novecento, il benessere collettivo è giunto a livelli un tempo impensabili portando l'Italia nel gruppo delle nazioni più ricche. Ma a partire dagli anni Ottanta, la spesa pubblica è cresciuta in modo sempre più incontrollato, e ormai insostenibile. E c'è anche chi ne ha tratto e continua a trarne indebito profitto : a ciò si legano strettamente fenomeni di dilagante corruzione e parassitismo, di diffusa illegalità e anche di inquinamento criminale. Né, quando si parla di conti pubblici da raddrizzare, si può fare a meno di mettere nel mirino l'altra grande patologia italiana : una massiccia, distorsiva e ingiustificabile evasione fiscale. Che ci si debba impegnare a fondo per colpire corruzione ed evasione fiscale, è fuori discussione. Sapendo che è un'opera di lunga lena, che richiede accurata preparazione di strumenti efficaci e continuità : ed è quanto si richiede egualmente per un impegno di riduzione delle disuguaglianze, di censimento delle forme di ricchezza da sottoporre a più severa disciplina, di intervento incisivo su posizioni di rendita e di privilegio.
Ma mentre è giusto, anzi sacrosanto, fare appello perché si agisca in queste direzioni, è necessario riconoscere come si debba senza indugio procedere alla puntuale revisione e alla riduzione della spesa pubblica corrente : anche se ciò comporta rinunce dolorose per molti a posizioni acquisite e a comprensibili aspettative.
Per procedere con equità si deve innanzitutto stare attenti a non incidere su già preoccupanti situazioni di povertà, o a non aggravare rischi di povertà cui sono esposti oggi strati più ampi di famiglie, anche per effetto della crescita della disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma più in generale occorre definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o anche di provvidenze generatrici di sprechi.
Bisogna dunque ripensare e rinnovare le politiche sociali e anche, muovendo dall'esigenza pressante di un elevamento della produttività, le politiche del lavoro : per la fondamentale ragione che il mondo è cambiato, che l'epicentro della crescita economica - e anche di quella demografica - si è spostato lontano dall'Europa, e non solo il nostro paese, ma il nostro continente vedono ridursi il loro peso e i loro mezzi, e debbono rivedere il modo di concepire e distribuire il proprio benessere, e concentrare i loro sforzi nel guadagnare nuove posizioni e opportunità nella competizione globale. Senza mettere in causa la dimensione sociale del modello europeo, il rispetto della dignità e dei diritti del lavoro.
Mi si consenta una piccola digressione personale : vengo da una lontana, lunga esperienza politica concepita e vissuta nella vicinanza al mondo del lavoro, nella partecipazione alle sue vicende e ai suoi travagli. Mi sono formato, da giovane, nel rapporto diretto, personale con la realtà delle fabbriche della mia Napoli, con quegli operai e lavoratori. E' un sentimento e un'emozione che ho visto rinnovarsi in me ogni volta che ho visitato da Presidente una fabbrica, incontrandone le maestranze. Comprendo dunque, e sento molto, in questo momento, le difficoltà di chi lavora e di chi rischia di perdere il lavoro, come quelle di chi ha concluso o sta per concludere la sua vita lavorativa mentre sono in via di attuazione o si discutono ancora modifiche del sistema pensionistico. Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell'Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale.
Non è stato forse così negli anni della ricostruzione industriale, dopo la liberazione del paese? Non è stato forse così in quel terribile 1977, quando c'era da debellare un'inflazione che galoppava oltre il 20 per cento e da sconfiggere l'attacco criminale quotidiano e l'insidia politica del terrorismo brigatista?
Guardiamo dunque con questa consapevolezza alle grandi prove che abbiamo davanti : come superare i rischi più gravi di crisi finanziaria per il nostro paese, e come reagire alle minacce incombenti di recessione. L'Italia può e deve farcela ; la nostra società deve uscirne più severa e più giusta, più dinamica, moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa.
Rigore finanziario e crescita. Crescita più intensa e unitaria, nel Nord e nel Sud, da mettere in moto con misure finalizzate alla competitività del sistema produttivo, all'investimento in ricerca e innovazione e nelle infrastrutture, a un fecondo dispiegarsi della concorrenza e del merito. E' a queste misure che ha annunciato di voler lavorare il governo, nel dialogo con le parti sociali e in un rapporto aperto col Parlamento. Obbiettivo di fondo : più occupazione qualificata per i giovani e per le donne.
Si è diffusa, ormai, la convinzione che dei sacrifici siano inevitabili per tutti : ma la preoccupazione maggiore che emerge tra i cittadini, è quella di assicurare un futuro ai figli, ai giovani. E' questo obbiettivo che può meglio motivare gli sforzi da compiere : è questo l'impegno cui non possiamo sottrarci.
Perseguire questi obbiettivi, uscire dalle difficoltà in cui non solo noi ci troviamo è impossibile senza un più coerente sforzo congiunto al livello europeo. E' comprensibile che anche in Italia si manifesti oggi insoddisfazione per il quadro che presenta l'Europa unita. Ma ciò non deve mai tradursi in sfiducia verso l'integrazione europea.
Quel che abbiamo costruito, insieme, tenacemente, è stato decisivo per garantirci sempre di più pace e unità nel nostro continente, progresso in ogni campo, crescente benessere sociale, salvaguardia e affermazione nel mondo dei nostri comuni interessi e valori europei.
E oggi, ben più di cinquant'anni fa, solo uniti potremo ancora progredire e contare come europei in un quadro mondiale radicalmente cambiato. All'Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali. Occorrono senza ulteriori indugi scelte adeguate e solidali per bloccare le pressioni speculative contro i titoli del debito di singoli paesi come l'Italia, perché il bersaglio è l'Europa, ed europea dev'essere la risposta.
Risposta in termini di stabilità finanziaria e insieme di rilancio dello sviluppo. E non ci siamo. Particolarmente sottovalutata è la prospettiva della recessione, con tutte le sue conseguenze. In quanto all'Italia, è tempo che da parte di tutti in Europa si prendano sul serio e si apprezzino le dimostrazioni che il nostro paese ha dato e si appresta a dare, pagando prezzi non lievi, della sua adesione a principi di stabilità finanziaria e di disciplina di bilancio, nonché del suo impegno per riforme strutturali volte a suscitare una più libera e intensa crescita economica. Abbiamo solo da procedere nel cammino intrapreso, anche per far meglio sentire, in seno alle istituzioni europee - in condizioni di parità - il nostro contributo a nuove, meditate decisioni ed evoluzioni dell'Unione.
In questo senso sta svolgendo il suo mandato il governo Monti, la cui nascita ha costituito il punto d'arrivo di una travagliata crisi politica di cui il Presidente del Consiglio, on. Berlusconi, poco più di un mese fa, ha preso responsabilmente atto. Si è allora largamente convenuto che il far seguire precipitosamente, all'apertura della crisi di governo, uno scioglimento anticipato delle Camere e il conseguente scontro elettorale, avrebbe rappresentato un azzardo pesante dal punto di vista dell'interesse generale del paese. Di qui è venuto quel largo sostegno in Parlamento al momento della fiducia al governo, con una scelta di cui va dato merito a forze già di maggioranza e già di opposizione.
E' importante ora che l'Italia possa contare su una fase di stabilità e di serenità politica. Ciò non toglie che ogni partito mantenga la sua fisionomia e si caratterizzi in Parlamento con le sue proposte rispetto all'azione che l'esecutivo deve portare avanti. Soprattutto, un vasto campo è aperto per l'iniziativa dei partiti e per la ricerca di intese tra loro sul terreno di riforme istituzionali da tempo mature. Queste sono necessarie anche per creare condizioni migliori in vista di un più costruttivo ed efficace svolgimento della democrazia dell'alternanza nello scenario della nuova legislatura dopo il ritorno alle urne.
Mi auguro che i cittadini guardino con attenzione, senza pregiudizi, alla prova che le forze politiche daranno in questo periodo della loro capacità di rinnovarsi e di assolvere alla funzione insostituibile che gli è propria di prospettare e perseguire soluzioni per i problemi di fondo del paese. Non c'è futuro per l'Italia senza rigenerazione della politica e della fiducia nella politica.
Solo così ci porteremo, nei prossimi anni, all'altezza di quei problemi di fondo che sono ardui e complessi e vanno al di là di pur scottanti emergenze. Avvertiamo quotidianamente i limiti della nostra realtà sociale, confrontandoci con la condizione di quanti vivono in gravi ristrettezze, con le ansie e le incertezze dei giovani nella difficile ricerca di una prospettiva di lavoro. E insieme avvertiamo i limiti del nostro vivere civile, confrontandoci con l'emergenza della condizione disumana delle carceri e dei carcerati, o con quella del dissesto idrogeologico che espone a ricorrenti disastri il nostro territorio, o con quella di una crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare.
Ci si pongono dunque acute necessità di scelte immediate e di visioni lungimiranti. Occorre una nuova "forza motivante" perché si sprigioni e operi la volontà collettiva indispensabile ; occorrono coraggio civile e sguardo rivolto "con speranza fondata verso il futuro". Questo ci hanno detto nei giorni natalizi alte voci spirituali. Esse si sono in effetti rivolte al più vasto mondo in cui si collocano i travagli della nostra Italia e della nostra Europa. Un mondo nel quale sono emerse di recente nuove correnti e forze portatrici di aspirazioni alla libertà e alla giustizia, ma anche difficoltà e tensioni, e ancora feroci repressioni. Mentre restano aperti antichi focolai di contrapposizione e di conflitto, e si manifestano ciechi furori religiosi, fino a dar luogo a orribili stragi di comunità cristiane.
L'Italia non può restare, e non resta, estranea a ogni possibile iniziativa di pace e umanitaria : come dice la nostra partecipazione - anche con dolorosi sacrifici di giovani vite - a quelle missioni militari e civili internazionali che vedono migliaia di nostri connazionali farsi onore. Nel salutarli e ascoltarli in occasione del Natale, ho colto accenti confortanti di alto senso di responsabilità e di forte vocazione al servizio del bene comune.
Sono accenti che colgo, qui in Italia, in tante occasioni di incontro con le molteplici espressioni dell'universo della solidarietà, del volontariato, dell'impegno civile. Sono accenti che trovo in lettere toccanti che mi vengono indirizzate da persone anziane, da giovani e ragazzi, da uomini e donne che raccontano i loro propositi operosi e le loro esperienze. Lasciatemi dunque ripetere : la fiducia in noi stessi è il solido fondamento su cui possiamo costruire, con spirito di coesione, con senso dello stare insieme di fronte alle difficoltà, dello stare insieme nella comunità nazionale come nella famiglia.
E allora apriamoci così al nuovo anno : facciamone una grande occasione, un grande banco di prova, per il cambiamento e il nuovo balzo in avanti di cui ha bisogno l'Italia.

A voi tutti, con affetto, buon 2012 !

domenica 20 marzo 2011

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Risorse energetiche, democrazia e crescita economica

La tragedia giapponese e l’instabilità dei paesi nord africani riaprono prepotentemente il dibattito sulla scelta delle fonti di energia che deve fare un paese. Come tutti sappiamo, a giugno in Italia ci sarà un referendum che ci farà scegliere o rifiutare l’energia nucleare. Già nel 1987 gli italiani avevano detto NO AL NUCLEARE. In modo obsoleto l’attuale classe politica, senza un vero piano energetico per il paese, vuole tentare nuovamente di propinare gli oligarchi dell’energia nucleare (non bastavano quelli delle energie fossili!) agli italiani.
Dal mio punto di vista, chi detiene l’energia gestisce il potere sui popoli e, pertanto, un paese democratico, per potersi fregiare appieno di questa caratteristica dovrebbe, mettere a disposizione della propria gente l’energia necessaria alla quotidianità e alla vita. Naturalmente, uno stato civile dovrebbe rendere disponibile le fonti energetiche ad un costo accessibile a chiunque senza creare nessun tipo di barriera legata al ceto sociale o alla disponibilità economica. Purtroppo questo non è mai stato possibile perché gli stati stessi in giro per il mondo sono, a loro volta, alle dipendenze di altri stati che possiedono, più di altri, le risorse energetiche comunemente usate (fossili e nucleare); queste ultime pertanto, che dovrebbero essere considerate patrimonio dell’umanità (come l’acqua che beviamo o l’aria che respiriamo) diventano leve da sfruttare per esercitare il proprio potere per arricchirsi e per speculare; al primo posto, come spesso accade in ambito economico, si pone l’avidità a detrimento della democrazia e dell’eguaglianza. Gordon Gekko nel primo Wall Street diceva:”l’avidità è giusta!”
Probabilmente, la speculazione svolge una sua utilità per i mercati finanziari ed è uno degli ingredienti (da usare con moderazione nella ricetta!) del libero mercato; tuttavia, ritengo ci siano ambiti attinenti ai bisogni essenziali dell’uomo in cui l’avidità deve essere tenuta sotto controllo da appositi organismi e da un’attenta regolamentazione; ed è proprio quello che, ad esempio, non è avvenuto nell’ultima crisi dei mutui subprime statunitensi.
Ma torniamo alle fonti energetiche; il mondo, come ci rendiamo conto nella vita quotidiana, è in mano alle oligarchie delle energie fossili e del nucleare; bisogna in parte riconoscere che senza l’energia di origine fossile (petrolio, carbone e gas naturale) l’uomo moderno non potrebbe vivere; allo stato attuale oro nero, carbone e gas naturale rappresentano circa l’80% dei consumi in giro per il mondo. Tra le fonti di energia alternative solamente le biomasse (legno, rifiuti, residui vegetali, etc.) si sono ricavate un ruolo importante (stando ai dati in mio possesso che però risalgono al 2004, rappresentavano circa il 10% del consumo totale di energia). L’energia nucleare rappresenta circa il 6.5% (dati del 2004 dell’IEA). Sole e vento svolgono ancora un ruolo del tutto marginale, nonostante i mass media continuino a decantarne le lodi e ad accusare i governi riguardo la trascuratezza che nutrono nei confronti di queste due fonti di energia. La domanda è: PERCHE’ I GOVERNI MONDIALI NON CREDONO NELLE ENERGIE RINNOVABILI?! Una possibile risposta è: perché le fonti fossili di energia sono insuperabili in termini di densità di energia e densità di potenza, cioè sono in grado di fornirci enormi quantitativi di energia da concentrazioni ridotte di spazio e materia prima.
PERO’ QUESTA SITUAZIONE E’ ANCHE COLPA DEI GOVERNI perché non destinano un quantitativo sufficiente di fondi indispensabili per una ricerca scientifica che sia volta proprio ad aumentare l’efficienza, la flessibilità e la facilità di utilizzo delle fonti energetiche alternative; negli ultimi decenni tutti i paesi industrializzati hanno destinato più dell’80% dei fondi pubblici alla ricerca sull’energia nucleare, trascurando completamente le altre fonti alternative; e pensare che, stando a studi effettuati, in Italia se tutti i tetti delle case avessero pannelli solari, riusciremmo a coprire circa il 45% del fabbisogno energetico nazionale!! Senza poi contare che le energie alternative hanno spazi di miglioramento della loro efficienza, proprio in termini di densità di energia e potenza.
Gli Usa, la più grande potenza economica mondiale, sono un pessimo esempio se si guardano i dati dell’ U.S. Energy Information Administration; nel 1980 i consumi energetici americani erano così ripartiti:

Petrolio 43.8%
Natural gas 25.9%
Carbone 19.7%
Nucleare 3.5%
Bio carburanti 0%
Energie rinnovabili 7%

Nel 2009 la situazione era la seguente:

Petrolio 37.3%
Natural gas 24.7%
Carbone 20.9%
Nucleare 8.8%
Bio carburanti 1%
Energie rinnovabili 7.2%

Da questi numeri emerge che gli Usa hanno ridotto i consumi di petrolio (dal 43.8% al 37.3%) ma a favore quasi totalmente dell’energia nucleare (dal 3.5% all’8.8%).
Torniamo ora al binomio energia-democrazia. Al di là degli aspetti tecnici o di convenienza economica ed ambientale, la scelta tra energie alternative o energia nucleare è cruciale dal punto di vista socio-economico. C'è dettaglio determinante: il sole, ad esempio, è un bene a disposizione di chiunque (proprio come l’aria) mentre l’uranio no; tutti potrebbero trasformare l’energia solare in elettricità con un pannello fotovoltaico mentre per trasformare l’energia nucleare in elettricità occorre una centrale. Questa considerazione è importante per capire perchè il nucleare sta tornando in voga, e si cerchi di farlo passare come succedaneo del petrolio. In realtà, il nucleare serve per non cambiare le cose e mantenere le rendite di posizione; è un sistema per continuare a mantenere i cittadini e i popoli nelle mani di pochi, cioè di chi detiene la fonte di energia e di chi la distribuisce. Esattamente come è per le vetuste energie fossili.
Inoltre se l’energia fosse basata sull’uranio, sarebbero ancora concepibili guerre per le fonti energetiche (come ancora avviene per il petrolio), mentre se l’energia fosse basata sul sole o il vento, le guerre non avrebbero senso perchè non avrebbe senso fare una guerra per accaparrarsi il sole! In pratica, le energie alternative sono DEMOCRAZIA, le energie fossili e l’energia nucleare sono OLIGARCHIA.
Tra l’altro, non bisogna farsi ingannare da chi parla di centrali solari o “parchi eolici”, perchè sono un meccanismo subdolo per mantenere ancora in piedi le rendite di posizione; questo perchè una centrale solare manterrebbe ancora i cittadini nello stato di dipendenza da altri, da chi trasforma l’energia. Allora, non basta lottare per le energie rinnovabili come sole e vento, occorre anche battersi per il decentramento energetico, perchè ogni cittadino possa produrre “con le proprie mani” l’energia che vuole.
Il problema è, allora, quello di delineare un nuovo modello energetico che soppianti quello prevalente, ancora incentrato sulla produzione centralizzata di energia.
Il panorama energetico globale vede la presenza di un numero limitato di industrie che concentrano (sistema centralizzato e oligarchico) la produzione elettrica in megacentrali a combustibili fossili e nucleari. L'elettricità prodotta viene immessa in grandi "scheletri" ad alta tensione, da cui si dipartono le reti che arrivano fino alle nostre abitazioni. Ovviamente questa complessa e costosa infrastruttura, incide in maniera significativa sul prezzo finale dell’energia e presenta una certa rigidità; questo perchè il flusso di elettricità viaggia in maniera unidirezionale, dal luogo di produzione a quello di consumo. In questo contesto, l’utente finale che utilizza energia riveste il ruolo passivo di semplice “consumatore” di energia.
Nel passato, la necessità di distribuire l’energia elettrica a milioni di persone, poteva giustificare la creazione di monopoli energetici. In Italia, ad esempio, il processo di nazionalizzazione dell’Enel, avvenuto negli anni sessanta, rispondeva proprio a questo tipo di esigenze: bisognava accentrare i capitali e le risorse in un’unica grande azienda pubblica per portare l’energia elettrica in tutto il Paese. Tuttavia, a partire dal 1992 è stato avviato un percorso di liberalizzazioni, che ha portato a un superamento del monopolio statale dell’energia elettrica, in favore di un regime (tuttora imperfetto) di concorrenza tra aziende energetiche, che ha offerto anche al singolo cittadino la possibilità di diventare un produttore di energia. In secondo luogo, il processo di elettrificazione del Paese è pienamente concluso; pertanto oggi bisogna arrivare ad un graduale smantellamento delle centrali e ripensare le modalità di produzione e consumo dell'energia.
La soluzione secondo gli esperti si chiama: generazione distribuita; questa rappresenta una diversa modalità di pensare e gestire la rete elettrica, basata non solo su grandi centrali collegate a reti estese di tralicci, bensì su unità produttive (campi eolici, fotovoltaici, centrali a biomasse, cogeneratori) di piccole-medie dimensioni, distribuite omogeneamente sul territorio e collegate direttamente alle utenze o comunque a reti a basso voltaggio.
Uno dei maggiori vantaggi della generazione distribuita consiste nella minore lunghezza delle reti di distribuzione e trasmissione dell’elettricità. Le lunghe reti ad alta tensione: a) perdono per strada circa il 7% dell’elettricità trasportata; b) comportano ingenti costi di costruzione e manutenzione (che paghiamo in bolletta); c) sono a costante rischio di black-out. La generazione distribuita, invece, è al riparo da questi rischi, perché: a) avvicina la centrale elettrica, o meglio più centrali elettriche interconnesse, al luogo di utilizzo finale dell’energia; b) aumenta l’affidabilità della rete, poiché il fermo di un impianto non comporta l’interruzione della fornitura, ma viene compensato dalla presenza delle altre centrali. La rete elettrica deve trasformarsi gradualmente da rete "passiva", in cui l'elettricità semplicemente scorre dal luogo di produzione a quello di consumo, a rete "attiva" e "intelligente" (smart grid), capace di gestire e regolare più flussi elettrici che viaggiano in maniera discontinua e bidirezionale. E’ difficile immaginare, all’interno dell’attuale contesto centralizzato, la possibilità di un accesso "democratico" alle risorse energetiche da parte dei singoli individui e delle comunità locali. Ma nella prospettiva di un graduale decentramento della produzione energetica nelle mani di milioni o miliardi di piccoli produttori, viene meno il ruolo e la stessa ragion d’essere dei grandi gruppi energetici, che con le loro lunghe catene di approvvigionamento delle risorse rappresentano il principale elemento di rigidità e di conflitti all'interno dell’economia globalizzata. La scelta di “regionalizzare” l’economia energetica, oltre ad assicurare uno sviluppo locale davvero sostenibile, favorisce una progressiva autonomia politica dai paesi produttori.
Ma quando si parla di democrazia dell’energia non ci si riferisce solamente alla libertà del cittadino di prodursi l’energia necessaria; il riferimento è anche al rapporto tra risorse naturali di un paese, il suo progresso economico ed il suo livello di democrazia.
Due autori (Sachs e Warner) tra il 1995 ed il 2001 hanno studiato il rapporto tra le risorse naturali di un paese e la sua prestazione economica e hanno dimostrato l’esistenza di un rapporto negativo tra i due fattori: i paesi con abbondanza di risorse hanno goduto di un tasso di crescita minore rispetto ai paesi poveri di risorse. Di conseguenza, la loro ipotesi è che le risorse non siano tanto una benedizione per lo sviluppo economico quanto, piuttosto, una maledizione, che limita la crescita e il progresso socio-economico. Diversi sono gli elementi che sembrano dar ragione a queste teorie. I paesi ricchi di risorse naturali crescono in media più lentamente rispetto a quelli poveri di risorse (è la cosidetta maledizione delle risorse naturali). Tuttavia, ci sono alcuni paesi ricchi di risorse che sono cresciuti molto velocemente e per i quali le risorse naturali sono, al contrario, una benedizione. Questo fa sì che la prova non confermi un effetto unico delle risorse sullo sviluppo/crescita (vedi Robinson et al, 2006). L’analisi teorica ed empirica si è allora focalizzata sulle ragioni per cui le risorse naturali sono una benedizione in alcuni paesi e una maledizione in altri. I fallimenti politici sono stati identificati come le cause principali: la qualità delle istituzioni è un fattore decisivo nel determinare se le risorse naturali siano una benedizione o una maledizione (vedi Mahlum, Moene e Torvik, 2006). I risultati empirici suggeriscono anche una causalità inversa: le risorse naturali hanno proprietà antidemocratiche: la ricchezza di petrolio e minerali tende a rendere i paesi meno democratici (vedi Ross, 2001) e molte rivoluzioni sono legate alle rendite derivate dalle risorse naturali (vedi Collier e Hoeffler, 1998 e 2005). Cosa spiega la maledizione? In primo luogo, un boom di risorse naturali (come la scoperta di un nuovo bacino petrolifero), con i suoi potenti effetti sulle esportazioni, porta a una sopravvalutazione della valuta nazionale. Nello stesso tempo, il grande afflusso di entrate nel paese incoraggia la domanda interna e avvia pressioni inflazionistiche, particolarmente per i beni non commerciali. Entrambi i fenomeni tagliano fuori i settori commerciali, nei quali i profitti si riducono perché le vendite avvengono a prezzi internazionali dati, danneggiando, così, lo sviluppo complessivo del paese. Questa spirale stagflazionaria negativa è la cosiddetta “malattia olandese”. In secondo luogo, i paesi che si appoggiano sulle proprie risorse naturali possono, inavvertitamente o deliberatamente, non investire in risorse umane. Dal momento che, nelle economie contemporanee, queste rappresentano il carburante principale di una crescita sostenuta, i paesi ricchi di risorse naturali si trovano imprigionati nella trappola della povertà. In terzo luogo, come generalizzazione dell’argomento precedente, l’abbondanza di risorse naturali può dare ai cittadini e ai governi un falso senso di sicurezza, determinando la non-implementazione di politiche economiche efficienti, che incrementino la crescita. Inoltre, secondo Robinson et al. (2006) e Mehlum et al. (2006), l’impatto delle risorse sulla crescita dipende in modo cruciale dalla qualità delle istituzioni politiche e, in particolare, dal livello di corruzione del settore pubblico. Mehlum et al. mostrano che le differenze in termini di crescita economica tra i paesi ricchi di risorse è dovuta al modo in cui sono distribuite le rendite. Alcuni paesi hanno istituzioni che favoriscono i produttori e il reinvestimento delle rendite, mentre altri hanno istituzioni che, “arraffando amichevolmente”, deviano le scarse risorse imprenditoriali e umane, alla ricerca di una rendita del tutto improduttiva. Di conseguenza, l’abbondanza di risorse naturali si rivela, per un paese, una maledizione o una benedizione a seconda della qualità delle sue istituzioni. Tuttavia, in questo modello emerge un problema di endogenità, e anche la causalità inversa deve essere presa in considerazione: l’abbondanza di risorse può condurre governi e produttori a implementare la ricerca di rendita, portando, così, alla corruzione e a “istituzioni che arraffano amichevolmente”. In casi estremi, per evitare la redistribuzione della ricchezza prodotta, la ricerca di rendita può assumere la forma di governi autoritari.
M. Ross (2001) si chiede se il petrolio ostacoli la democrazia. Dal momento che Ross è uno scienziato politico e non un economista, egli non guarda all’interazione tra risorse e istituzioni nel determinare la prestazione economica di un paese, ma concentra la propria attenzione sul rapporto tra risorse naturali (prima di tutto energetiche) e democrazia. Inoltre, egli cerca di individuare delle prove da confrontare con le diverse teorie articolate per dare ragione di quel rapporto. Secondo Ross, queste teorie possono essere divise in due categorie: quelle che suggeriscono che la ricchezza prodotta dal petrolio porti i governi a ridimensionare il loro intervento di promozione dello sviluppo economico (attraverso politiche educative inefficaci, corruzione, ecc.) e quelle che suggeriscono che la ricchezza generata dal petrolio renda i paesi meno democratici. In secondo luogo, la sua analisi si sviluppa a ridosso di due dimensioni distinte: da una parte, quella geografica, rispetto alla quale cerca di verificare se non vi sia un nesso causale tra la prestazione (non) democratica di particolari gruppi di paesi e le loro specifiche caratteristiche culturali e storiche (come, ad esempio, il Medio Oriente e la sua cultura islamica); dall’altra, la dimensione settoriale, con la stima degli effetti generati dai diversi tipi di risorse primarie. Ross individua tre meccanismi causali fondamentali che possono spiegare il legame tra ricchezza di risorse energetiche e governo autoritario:
a) L’effetto rendita - I paesi ricchi di gas, petrolio o altre risorse naturali traggono molte delle proprie entrate da tasse sui bolli, sui diritti o sulle esportazioni. Queste attività orientate alla ricerca di rendita possono essere destinate a un alleggerimento della pressione fiscale, che, altrimenti, potrebbe determinare una richiesta di maggiore responsabilità. Questo può verificarsi in tre modi. In primo luogo, attraverso un effetto tassazione. Dal momento che i governi traggono sufficienti entrate dal petrolio o da altre risorse, non hanno bisogno di imporre budget rigidi e/o tasse pesanti sui cittadini e, in questo modo, ridimensionano il controllo sull’attività di governo e rendono la pacificazione fiscale più efficace. In secondo luogo, attraverso un effetto spesa, per cui le entrate derivate dal petrolio possono essere (almeno parzialmente) usate per spese generali e per il patronato, in modo da attenuare le latenti pressioni per la democratizzazione. In terzo luogo, attraverso un effetto di formazione di gruppo: i governi possono usare il loro denaro per corrompere o prevenire la formazione di gruppi sociali indipendenti, che potrebbero tendere alla rivendicazione di diritti politici.
b) L’effetto di repressione - Questa storia (dal carattere marcatamente politico) si sviluppa come segue: la ricchezza generata dal petrolio può indurre i governi a spendere di più per la sicurezza interna, bloccando, così, le aspirazioni democratiche della popolazione. A un governo che abbia più denaro a disposizione costa meno essere autoritario, per evitare di condividere la propria rendita con la popolazione. Questa tesi trova corrispondenza nei risultati raggiunti da Collier e Hoeffler (1998), secondo i quali l’abbondanza di risorse naturali aumenta la probabilità di guerre civili, dal momento che il beneficio atteso dalla vittoria è più alto per i diversi azionisti (governi, opposizioni, partiti politici, gruppi etnici, oligarchie).
c) L’effetto di modernizzazione - La democrazia deriva da un insieme di cambiamenti politici ed economici che includono la specializzazione occupazionale, l’urbanizzazione e alti livelli di istruzione. Nessuno di questi cambiamenti si verifica facilmente in un paese caratterizzato dall’abbondanza di risorse: la forza lavoro è intrappolata nel settore energetico e non si sposta verso quello manifatturiero e dei servizi, i cittadini non sono costretti a muoversi verso le città e il fatto che non vi siano necessità economiche riduce lo sforzo di investire in capitale umano. Come effetto collaterale, è noto che la pressione democratica è inferiore quando ci sono cittadini meno istruiti e l’effetto, dunque, si rafforza. I risultati dell’analisi empirica di Ross sono coerenti con la teoria e possono essere sintetizzati come segue: in primo luogo, il petrolio e gli altri combustibili fossili (gas, carbone) danneggiano la democrazia. In secondo luogo, le risorse energetiche la inibiscono nei paesi poveri, mentre nei paesi ricchi questo legame non è statisticamente rilevante. In terzo luogo, questo legame non è una caratteristica esclusiva dell’Estremo Oriente, ma risulta valido a livello globale. In quarto luogo, tutte le risorse, comprese le ricchezze che non derivano dai combustibili fossili, ostacolano la democrazia. In quinto luogo, i canali presentati sopra, ovvero l’effetto rendita, l’effetto di repressione e quello di modernizzazione, sono supportati solo da una debole dimostrazione.
Alla fine di questa lunga analisi le mie conclusioni sono le seguenti:
1) I Governi mondiali non stanno investendo a sufficienza nelle energie rinnovabili ma sono ancora legati a filo doppio alle energie fossili e al nucleare;
2) I Governi non vogliono rendere DEMOCRATICO l’uso dell’energia; vogliono invece mantenere il controllo su noi cittadini trasferendo il potere dagli oligarchi delle energie fossili a quelli del nucleare;
3) Non basta lottare per le energie rinnovabili come sole e vento, occorre anche battersi per il decentramento energetico, perchè ogni cittadino possa produrre “con le proprie mani” l’energia che vuole, creando un nuovo modello di produzione energetico (generazione distribuita di energia) che soppianti quello attuale che è di tipo accentrato, non flessibile e costoso;
4) La rete elettrica deve trasformarsi gradualmente da rete "passiva", in cui l'elettricità semplicemente scorre dal luogo di produzione a quello di consumo, a rete "attiva" e "intelligente" (smart grid) che gestisce e regola più flussi elettrici che viaggiano in maniera bidirezionale;
5) I paesi con abbondanza di risorse hanno goduto di un tasso di crescita minore rispetto ai paesi poveri di risorse; quindi le risorse naturali non sono una benedizione per lo sviluppo economico di un paese ma una maledizione che limita la crescita e il progresso socio-economico (maledizione delle risorse naturali);
6) La qualità delle istituzioni (e il suo livello di corruzione) è un fattore decisivo nel determinare se le risorse naturali siano una benedizione o una maledizione. I risultati empirici suggeriscono anche una causalità inversa: le risorse naturali hanno proprietà antidemocratiche: la ricchezza di petrolio e minerali tende a rendere i paesi meno democratici e molte rivoluzioni sono legate alle rendite derivate dalle risorse naturali;
7) Per tutte le ragioni esposte le risorse naturali non devono essere considerate un bene di proprietà del paese in cui si trovano ma un bene dell’umanità esente da possibilità di profitto o speculazione.

domenica 19 settembre 2010

DAL LABORATORIO DEI MERCATI FINANZIARI - Gli ingredienti di una crisi economica

In questo post voglio parlarvi di un economista italiano che apprezzo e di cui leggo spesso i contributi: Paolo Manasse.
Non voglio assolutamente fare pubblicità e, tra l'altro, il prof. Manasse non ne ha certamente bisogno visto che, ad esempio, tra le sue svariate attività di ricerca, collabora attivamente con Nouriel Roubini.
In ogni caso voglio segnalarvi il suo blog:

http://paolomanasse.blogspot.com/

In particolare, mi soffermo sull'ultimo articolo che l'economista ha scritto (in collaborazione con Giulio Trigilia); ecco il link all'articolo:

http://paolomanasse.blogspot.com/2010/09/il-costo-dellinstabilita-politica.html

Nell'articolo in questione si parla di quelle che possono essere le avvisaglie di crisi di un Paese; ebbene, l’incertezza dovuta alla prossimità delle elezioni politiche, insieme a un regime di cambio fisso (l'euro nel nostro caso) ed alla necessità di finanziare a breve termine un elevato ammontare di debito in scadenza, costituiscono, secondo Manasse e Trigilia, una delle più affidabili avvisaglie di crisi economica.
Nell'articolo poi, viene individuata una correlazione positiva e statisticamente significativa tra conflittualità della maggioranza di governo (misurata con la frequenza relativa con la quale da gennaio a oggi sono state effettuate su internet ricerche contenenti le parole “italian government”) e tassi a lunga di quel Paese. Se aumenta l'incertezza (come è successo negli ultimi mesi) salgono i tassi a lunga del Paese (l'Italia in questo caso) con un aggravio di costi per il pagamento del debito per il Paese stesso.
Il governo italiano, pertanto, farebbe bene a seguire il monito del Capo dello Stato e a risolvere velocemente la perdurante incertezza sulla durata della legislatura. A proposito di incertezza, stiamo ancora aspettando la nomina del nuovo Ministro dello Sviluppo.....